Francesco Marzano, “Elogio degli avvocati scritto da un giudice”

Francesco Marzano, “Elogio degli avvocati scritto da un giudice” (Editrice il Coscile, 2017)

Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Come ricorda Francesco Marzano, Presidente di Sezione emerito della Corte di cassazione, autore di questo interessante lavoro, già Piero Calamandrei nel suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato (rist. 2^ ed., Firenze, 2001) auspicava un “Elogio degli avvocati scritto da un giudice”, specie per una ritenuta “certa coincidenza nei destini dei giudici e degli avvocati”: opera che Paolo Barile, nella sua dotta introduzione, considera “nobilissima” e dalle cui pagine “balza un quadro vivacissimo e pieno di realismo”.

Gli avvocati, al pari dei magistrati, oggi brancolano spesso nel buio, mal supportati da adeguati punti di riferimento, anche normativi, incalzati da una crisi profonda difficile da dominare e superabile in tempi forse pari a quelli occorsi per realizzare la piramide di Cheope.

Sono, quindi, auspicabili lavori come quello in esame, che potrebbero favorire rinnovate motivazioni capaci di infondere nel cittadino la speranza che la giustizia sia quanto prima in grado di restituirgli quelle doverose certezze senza essere costretto ad adire un giudice a Berlino, come accadde al malcapitato mugnaio Arnold.

La più recente produzione normativa, lutulenta e di dubbia interpretazione, che rende problematica la tutela delle posizioni giuridiche del cittadino, nonché un apparato burocratico elefantiaco della nostra amministrazione, intralciano l’azione della magistratura e dell’avvocatura, onde almeno sotto tale profilo entrambe queste istituzioni appaiono meritevoli di “elogio”.

Comunque non va sottaciuto che a nessuno sfugge che la magistratura e l’avvocatura attraversano un momento decisamente sfavorevole, anche se non si vuole parlare di crisi irreversibile.

Riguardo alla magistratura, è sufficiente leggere talune sentenze che si risolvono in mere elucubrazioni o in cervellotiche interpretazioni della normativa positiva, con la conseguenza che sovente la motivazione di tali decisioni altro non è che uno schermo dialettico per oscurare le reali ragioni sottese (su quest’ultimo profilo, P. Calamandrei, Op. cit., 185).

La professione forense, dal suo canto, vede oggi scendere in campo una turba di giovani, e meno giovani, scarsamente motivata a seguito di infruttuosi tentativi nei pubblici concorsi.

Inoltre, la recente introduzione del processo telematico non ha di certo agevolato l’azione della classe forense, sempre più imbrigliata da adempimenti che hanno vistosamente appesantito il già ingarbugliato iter  processuale dei giudizi.

Dopo quanto detto, non v’è chi non veda i non pochi problemi che affliggono la nostra amministrazione della giustizia, anche a voler tacere di uno dei più gravi, cioè quello della intollerabile durata dei processi (C. Guarnieri, La giustizia in Italia, Bologna, 2001, 105 ss.), come le numerose condanne della giustizia italiana da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo eloquentemente attestano.

A questo punto è bene dare la parola al Presidente Marzano, il quale osserva che “se la macchina della giustizia non funziona, come è da tempo assodato, e tardano i decisivi interventi riparatori per metterla in grado di funzionare adeguatamente, gli operatori di giustizia, e di riflesso naturalmente i suoi fruitori, da troppo tempo vivono un periodo di profonda e generalizzata crisi che, anziché risolversi o quanto meno essere avviata a qualche sia pur parziale soluzione, si è andata sempre più accentuando, avvitandosi in una spirale incontrollabile e senza fine”. Pertanto, quando si scriverà la storia di questo travagliato periodo “si scriveranno pagine amarissime ed i giovani che seguiranno, se le cose dovessero migliorare, faticheranno non poco a credere che si siano toccati livelli tanto infimi”.

Questa amara riflessione riporta alla mente i versi del sommo Poeta “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta” (Dante, La divina commedia, Purgatorio, VI, 76).

Ed in tale sconcertante e desolato quadro, “gli avvocati vivono oggi il dramma della stessa identità della loro funzione… l’avvocatura italiana – che ha scritto e nonostante tutto continua a scrivere pagine bellissime nella nostra storia civile e democratica – ha assoluto bisogno di ritrovare la considerazione ed il corale apprezzamento della sua insostituibile funzione, l’incondizionato riconoscimento del suo fondamentale compito”.

Non va, poi, omesso di citare il commosso ricordo del giovane e valente magistrato Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, mentre si recava, senza scorta, nel suo ufficio, nonché di altri eccellenti giudici e, tra questi, i non dimenticati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi anch’essi dalla criminalità organizzata, ma due recenti sentenze delle Corti di assise di Palermo e di Caltanissetta potrebbero agevolare la individuazione dei mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992.

Giova ancora segnalare una ulteriore, profonda riflessione dell’autore: “la toga e l’anima: un binomio essenziale anche per l’avvocato”. “Avere la toga attaccata all’anima significa, quindi, solo rimanere sempre, in qualsiasi frangente della propria vita e della propria attività, leale ed onesto, con se stesso e con gli altri e coltivare sempre la cultura delle regole”.

Il Presidente Marzano così conclude il suo meditato percorso narrativo: “sono infinitamente grato agli avvocati ed ai giudici che con dignità e nobiltà, come si conviene ai loro ruoli professionali (ben distinti ma convergenti) e sociali, indossano la toga e le fanno onore, in ogni frangente della loro vita”.

Da parte nostra condividiamo il sentimento di gratitudine per avvocati e giudici che nobilitano la loro funzione e ben vengano, se meritati, con i dovuti elogi, gli auguri di un futuro migliore.

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