Irresponsabili per decreto legge. Il governo “abolisce” la colpa grave nella responsabilità erariale per incapaci e disonesti. E lo Stato si tiene i danni

di Salvatore Sfrecola

 

Con tutte le riserve dovute alla provvisorietà del testo dell’art. 15, Capo II (Responsabilità) del decreto legge sulle “Semplificazioni del Sistema Italia”, che sarà approvato ad inizio settimana, e nella segreta speranza che possano essere motivo di riflessione, mi sembra utile svolgere alcune considerazioni su quello che, a prima lettura, mi pare un grave pasticcio.

Nelle intenzioni del Governo, e di quanti lo vanno chiedendo a gran voce da mesi, lo scopo di questa norma, che riguarda la “responsabilità erariale”, cioè la responsabilità per danno causato allo Stato o ad un ente pubblico con obbligo di risarcimento, è quello di rassicurare gli operatori delle Pubbliche Amministrazioni che sarebbero restii ad assumere responsabilità ed a firmare atti nel timore, in caso ne derivasse un danno, di incorrere in un giudizio di responsabilità davanti alla Corte dei conti per “colpa grave”. Ho più volte sottolineato l’assurdità di questa richiesta di impunità, considerato che colpa grave significa inescusabile negligenza, marchiana imperizia o irrazionale imprudenza che dovrebbe, in linea di principio, essere assolutamente rara nelle condotte di funzionari pubblici dotati di adeguata preparazione professionale.

Il governo, pertanto, ha scelto la strada di limitare la responsabilità ai soli casi di dolo. E spiega, al primo comma, l’art. 15 che “la prova del dolo richiede la dimostrazione della volontà dell’evento dannoso”. Insomma può essere perseguito esclusivamente il dipendente pubblico che abbia voluto danneggiare l’Erario.

E al secondo comma: “limitatamente ai fatti commessi dall’entrata in vigore del presente decreto legge e fino al 31 luglio 2021, la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica per l’azione di responsabilità di cui all’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, è limitata ai casi in cui la produzione del danno conseguente alla condotta del pubblico funzionario è da lui dolosamente voluta. La limitazione di responsabilità prevista dal periodo precedente non si applica per i danni cagionati da omissione o inerzia del pubblico funzionario”.

La relazione illustrativa precisa che “il dolo va riferito all’evento dannoso in chiave penalistica e non in chiave civilistica, come invece risulta da alcuni orientamenti della giurisprudenza contabile che hanno ritenuto raggiunta la prova del dolo inteso come dolo del singolo atto compiuto”.

Non è chiarissimo l’italiano, se non nella volontà del legislatore di escludere ipotesi di dolo che non siano conformi al dettato dell’art. 43 c.p., secondo il quale “Il delitto è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione… è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”.

Tuttavia, come abbiamo visto, la limitazione della responsabilità non si applica ai danni cagionati da “omissione o inerzia”. Insomma, chi opera e fa danni non paga se non c’è dolo, ma se non fa risponde per colpa grave se da omissione o inerzia deriva un danno. La “logica” è quella di evitare che, per paura della firma, il pubblico dipendente ometta di fare quello che la legge o le direttive amministrative prescrivono.

Alcune considerazioni s’impongono, già a prima lettura, e consentono di evidenziare anche alcuni profili di dubbia costituzionalità. In primo luogo la natura “temporanea ed eccezionale della norma”, che sarà vigente dalla pubblicazione del decreto legge al 31 luglio 2021 (nella relazione illustrativa si legge 31 dicembre 2021; ma è probabilmente un refuso).

Una norma temporanea ed eccezionale che non appare giustificata da una situazione eccezionale che ben poteva essere individuata nell’“emergenza sanitaria” dichiarata dal Consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020 per la durata di sei mesi. Pertanto, non si comprende come non sia stato coperto dalla normativa eccezionale il periodo della gestione pubblica nel corso della quale molti hanno operato in condizioni di evidenti ed obiettive difficoltà, almeno fino alla “fase tre”.

La norma, invece, prende in considerazione un periodo di tempo nel quale sono previste iniziative destinate a favorire la ripresa dell’economia in un contesto di revisione di attribuzioni e di competenze con semplificazioni varie, soprattutto in materia di contratti pubblici. Per cui si ritiene necessario assicurare agli operatori una relativa tranquillità nella gestione di questi procedimenti, sottraendoli al rischio di rispondere dinanzi alla Corte dei conti ove causassero un danno erariale, con colpa grave, cioè con inescusabile negligenza, marchiana imperizia o irrazionale imprudenza.

Diciamola tutta. Procure e Sezioni della Corte dei conti avranno anche a volte individuato la responsabilità in condotte e omissioni non caratterizzate da straordinaria negligenza o imprudenza, ma è questa una risposta responsabile del Governo e del Parlamento, se il decreto legge fosse convertito in questa versione, di fronte a gravi pregiudizi recati alla finanza ed al patrimonio dello Stato e degli enti pubblici? Quando mai il pubblico Erario sarà risarcito? Mai.

La normativa dell’art. 15 è, inoltre, di dubbia costituzionalità, sotto molteplici profili ricavabili degli artt. 3 e 97 della Carta fondamentale. In primo luogo perché una disciplina derogatoria a tempo, che esclude dal “beneficio” quanti hanno operato nel periodo dell’emergenza appare affetta da ingiustificata disparità di trattamento, certamente rilevante in un giudizio di ragionevolezza, rispetto a quanti hanno operato nel periodo dell’emergenza. Sotto il profilo dell’art. 97, inoltre, risultano lesi i principi del buon andamento e dell’imparzialità in conseguenza della riduzione delle garanzie di legalità nel momento in cui si prevede che danni, anche rilevanti, conseguenza di condotte ed omissioni gravemente negligenti rispetto agli obblighi di servizio, siano punibili esclusivamente nella remotissima ipotesi del dolo con “volontà dell’evento dannoso”, che è molto più della previsione dell’evento e della sua accettazione. In sostanza il legislatore, con questa norma, elimina completamente la responsabilità amministrativa per danno erariale.

Il Governo vorrebbe limitare le sue attribuzioni e la Corte dei conti si appella a Mattarella

di Salvatore Sfrecola

 

Il Governo, si sente dire da tempo, preoccupato per “la paura della firma” che sarebbe diffusa tra i pubblici funzionari, vorrebbe escludere, in caso di danno erariale, la punibilità dei fatti dovuti a “colpa grave”. In pratica la Corte dei conti potrebbe giudicare solamente i casi di dolo, cioè i danni conseguenza di un illecito penale. È vero che la giurisprudenza del giudice contabile conosce il cosiddetto “dolo contrattuale”, in pratica la condotta in violazione di un obbligo di legge, ma la strada è irta di ostacoli, perché occorre sempre un danno all’erario evidente e quantificabile. Quel dolo sembra troppo una sanzione.

Così la Corte affila le sue armi e il suo Presidente, Angelo Buscema, porta in Consiglio di Presidenza, l’organo di autogoverno della magistratura contabile, il testo di una lettera al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al quale spiega le ragioni per le quali sarebbe gravissimo escludere la responsabilità di coloro i quali hanno causato un danno con quella negligenza che i giuristi romani definivano “nimia” (eccessiva, smodata) specificando che culpa lata (cioè la colpa grave) id est non Intelligere quod omnes intelligunt (Ulpiano). Anche chi non conosce la lingua di Cicerone comprendere che parliamo di una gravissima negligenza, di una trascuratezza non scusabile. Ed è quella che avendo prodotto un rilevante pregiudizio alla finanza e/o al patrimonio pubblico fa scattare l’obbligo del risarcimento. Per intenderci, una spesa non dovuta o eccessiva, l’acquisto di un bene non necessario, una minore entrata (per chi fosse complice di evasori fiscali), un danno al patrimonio, in particolare a quello storico artistico, come nel caso di chi favorisse con sue omissioni il furto o il deterioramento di un bene o mancasse di intervenire per evitare il crollo di un immobile o di una cinta muraria carica di memorie storiche la cui manutenzione sia stata colposamente trascurata nel tempo.

Insomma, eliminando l’ipotesi di responsabilità per colpa grave lo Stato e gli enti pubblici dovrebbero tenersi i danni compiuti da amministratori e dipendenti disonesti o incapaci, autori di fatti o di omissioni caratterizzati da quella grave trascuratezza che da sempre è stata punita. Sarebbe, infatti, impossibile perseguire gli sprechi che l’opinione pubblica denuncia quotidianamente e che indigna i cittadini onesti.

Nella sua lettera a Mattarella, che in più occasioni ha dimostrato speciale attenzione per la magistratura contabile, Angelo Buscema, ha spiegato le ragioni del disagio dei magistrati contabili. E facendo riferimento alle notizie che, informalmente, indicano in un prossimo decreto legge (che Mattarella dovrebbe emanare su deliberazione del Consiglio dei ministri) l’abolizione della colpa grave quale elemento costitutivo della responsabilità amministrativa, ha voluto ribadire, riferendo ai Colleghi il senso della sua lettera, “che un’attività amministrativa gravemente negligente o imprudente implica sempre un dispendio di risorse pubbliche con conseguente violazione dei principi basilari di buon andamento della Pubblica Amministrazione, di sana gestione finanziaria e di equilibrio di bilancio”. Ed ha aggiunto, con riferimento ad una opinione diffusa in sede politica e amministrativa, che “l’incertezza in cui operano i funzionari pubblici non può essere imputata alla Corte dei conti, ma discende, piuttosto, da una certa farraginosità e contraddittorietà di testi normativi, circostanza di cui, comunque, la magistratura contabile tiene conto ai fini dell’esclusione della colpa grave o, eventualmente, ai fini dell’esercizio del potere riduttivo”. Cioè con limitazione dell’ammontare del risarcimento a carico del responsabile del danno che la Corte può decidere di applicare, tenendo conto delle condizioni nelle quali ha operato, che non escludono la responsabilità ma la riducono.

Buscema riferisce di aver segnalato al Capo dello Stato che “l’abolizione della colpa grave e la configurabilità della responsabilità amministrativa soltanto nelle ipotesi di dolo potrebbe indurre funzionari pubblici a tenere una condotta negligente o imprudente, confidando sul fatto che la colpa grave impedirebbe la possibilità di ravvisare la responsabilità. Si creerebbe così un’area di immunità in contrasto con i principi costituzionali”.

Il tema ricorre frequentemente su questo giornale, che costantemente segue le vicende della Pubblica Amministrazione segnalando tanto le buone pratiche (poche) quanto le gravi inefficienze (purtroppo tante) che pesano sui cittadini e sulle imprese. Anche di recente abbiamo segnalato il basso livello professionale diffuso in molte amministrazioni in ragione di una dissennata politica del personale che ha “promosso”, senza concorsi e prove selettive con sistemi di automatico passaggio a livelli superiori, una grande quantità di pubblici dipendenti. Inquadrati per grazia ricevuta questi non sono in condizione di gestire pratiche di una certa importanza e manifestano timore per il reato di abuso d’ufficio e per la responsabilità erariale e vanno a lamentarsi dai politici sostenendo che non firmano per paura del giudice penale e della Corte dei conti. Chi li ascolta, una classe politica di una modestia mai vista prima, crede nelle lamentazioni dei loro collaboratori e si convince che l’inefficienza non sta nelle leggi spesso incomprensibili e nella scarsa preparazione professionale di molti pubblici dipendenti ma nello spauracchio dei giudici. E così il Governo si appresterebbe a realizzare una nuova area di impunità che non esiste in nessun ordinamento amministrativo nei paesi più sviluppati, di fatto favorendo l’inefficienza che, a parole, molti vorrebbero combattere.

“Il Giudice in Italia applica la legge, viola la Costituzione”  Corrado CARNEVALE   L’imperterrita disapplicazione dell’art. 105 Cost. da parte del C.S.M.

 dell’avv. Jacopo Severo Bartolomei

 

La Costituzione, si sa, è la Carta fondamentale della Repubblica; tutti i cittadini, dovrebbero amarla e rispettarla, ed ai ragazzi si dovrebbe insegnarla, sia pure sotto forma di educazione civica, affinchè sin dalla prima età scolare abbiano familiarità e dimestichezza con il testo costituzionale, ne assimilino e metabolizzino i valori, lo sentano come appartenente al patrimonio della comunità in cui vivono.

L’articolo della Carta fondamentale dedicato al complesso delle strutture burocratiche dello Stato, il 97 Cost. sancisce i principi informatori dell’organizzazione e dell’attività amministrativa, con la previsione di una riserva relativa di legge, in modo da assicurare il “buon andamento e l’imparzialita” (comma primo); indi lo stesso articolo stabilisce la modalità di certo preferenziale seppur non esclusiva (cfr. recentissima sentenza Consulta, con dispositivo reiettivo trapelato dal comunicato stampa 11.6.20, con revirement del precedente arresto n. 37/15 in analoga materia di conferimento incarichi apicali, senza concorso e tramite contratto, all’interno dell’Agenzia delle Entrate) di accesso agli uffici pubblici, individuandola nel concorso meritocratico, per titoli e esami. Il concorso pubblico si sostanza in una prova selettiva, aperta a tutti i candidati in possesso dei richiesti requisiti, atta a salvaguardare proprio il buon andamento-efficienza ed imparzialità dell’agire amministrativo, e quindi si pone in rapporto di congruo mezzo rispetto al fine perseguito in termini di preminente interesse pubblico; che agli uffici pubblici siano chiamati i migliori, i più capaci ed idonei tra tutti i candidati,

Tra gli uffici pubblici cui accedere solo per concorso meritocratico spiccano quelli rivestiti dai magistrati, che esercitano la funzione giurisdizionale in materia ordinaria ed amministrativa, ex artt. 102-103 Cost.. Tali giudici sono i soggetti deputati ad amministrare la giustizia “in nome del popolo” e pertanto risultano “soggetti solo alla legge”, ex art. 101 Cost. affinchè con la garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza da ogni altro potere, siano assicurate non solo l’assoluta loro imparzialità, bensì anche la retta equanimità nell’esercizio delicato d’essenziale funzione, a tutela dei diritti della cittadinanza e della credibilità-prestigio dell’intero ordine giudiziario.

L’imparzialità della giurisdizione e la professionalità dei giudici, con il primato della legge (rule of law), costituiscono connotati essenziali dello Stato di diritto contemporaneo, come evolutosi delle democrazie occidentali

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Ora, dopochè da decenni la magistratura, specie quella inquirente, si è arrogata un ruolo di supplenza rispetto alla poca incisività delle scelte di altri poteri dello Stato e alla carenza, vera e propria latitanza in certi periodi e determinati settori, dei medesimi nello scenario pubblico – complice il circo mediatico-giudiziario mai a sufficienza valutato in sua portata dirompente ed insanamente condizionante del flusso della rappresentanza politica dagli elettori agli eletti, dai cittadini votanti ai loro rappresentanti – lo scandalo connesso disvelato dal cd. “affaire Palamara & Co.”, che ha coinvolto direttamente i membri togati del CSM, e pure l’ex Vicepresidente avv. Legnini, ha fatto tornare di attualità il tema non più rinviabile della riforma della giustizia, riforma che investa espressamente l’aspetto ordinamentale, la separazione delle carriere e l’intero sistema di funzionamento del CSM, nelle sue varie articolazioni, non ultima la sezione disciplinare.

In verità, il fenomeno della degenerazione correntizia del CSM, venutosi vieppiù configurando da “Parlamentino dei giudici” ad “Assemblea di gruppi” della magistratura associata – quasi proiezione rappresentativa dei rapporti di consistenza e forza tra le varie correnti presenti all’interno dell’ANM e “organo di teatro” deputato alla mera ratifica di scelte assunte altrove– dequotazione attestata ora inesorabilmente dalla lettura dei verbali di intercettazioni disposte nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla procura della Repubbica di Perugia, per l’ipotesi iniziale di corruzione a carico del dr. Palamara ed altri, è tutt’altro che nuovo. Tale fenomeno è stato stigmatizzato da tempo da vari di studiosi (prof. Di Federico, G. Guarnieri), politici (dichiarazione 2008 del sen. M. Gasparri) e persino dell’ex Presidente della Repubblica G. Napolitano.

In particolare, il predecessore del Presidente Mattarella, aveva reiteratamente nel corso del suo doppio mandato, condannato pubblicamente e con accenti veementi quel fenomeno, pure nei suoi collegamenti con la politica, definendo le modalità decisorie del CSM “malsani bilanciamenti tra le correnti (…) frutto di pratiche spartitorie rispondenti a interessi lobbistici, logiche trasversali, rapporti amicali, sino a simpatie o collegamenti politici”. Nonostante la condanna unanime, senza mezzi termini, financo dalle stesse correnti della magistratura che percepivano lo smarrimento ormai di qualsiasi orizzonte culturale di confronto e differenziazione, l’invito a porvi rimedio è caduto nel vuoto per decenni.

Il disegno di legge delega che il Guardasigilli Bonafede si appresta nell’immediato prosieguo a far approvare in Consiglio dei Ministri, dovrebbe incentrarsi, stando a indiscrezioni e notizie trapelate, su 3 profili tra loro complementari:

  1. a) il nuovo sistema elettorale per la maggioritaria (16 su 24) componente togata del CSM;
  2. b) la disciplina del rapporto tra magistratura e politica, sotto l’aspetto delle condizioni più rigorose di partecipazione dei magistrati alla competizione elettorale (con l’auspicio che non si ripetano incresciose situazioni, come per il Senatore Grasso, candidatosi all’inizio scorsa legislatura, dopo aver smesso nemmeno da 30 gg. i panni del Procuratore nazionale antimafia, poi eletto Presidente del Senato) ed al rientro nei ruoli dopo la fine della parentesi politica (inibizione della cd. porte girevoli);
  3. c) le condizioni per la nomina a membro laico del C.S.M., con esclusione di coloro che abbiano rivestito significative cariche politiche (in primis parlamentari) nel lustro antecedente all’elezione da parte delle Camere riunite (ricordando che gli ultimi vicepresidenti del C.S.M. V. Rognoni, M. Vietti, N. Mancino, G. Legnini e David Ermini, sono stati tutti deputati o senatori).

Questa riforma del CSM definita dei “soliti buoni propositi” o “dei pannicelli caldi”, ovvero dai più critici quale propria controriforma, ennesimo tentativo elusivo della necessaria incisiva riforma, manovra atta a distogliere l’attenzione da una non più possibile autoriforma (mantra che pure si è a gran voce caldeggiato, sino all’anno scorso, a debutto inoltrato dell’affaire Palamara & co., forti della pretesa di “poche mele marce” in un “ corpo sostanzialmente sano”, perdipiù concentrate nell’unica corrente di UNICOST, capitanata dall’ex presidente ANM indagato), nulla dice su altre evidenti criticità di primario rilievo. Tali criticità, che assumono a snodi ineludibili, di ogni riforma degna del suo nome sono costituiti – tra gli altri – dal mantenimento all’interno del CSM della sezione disciplinare (nell’ attuale composizione sbilanciata di 6 membri togati e 2 laici, col quorum richiesto di almeno 4 voti per un giudizio di responsabilità disciplinare dell’incolpato magistrato), dal funzionamento della Prima commissione in tema di trasferimento per incompatibilità ambientale o funzionale ad altra sede, in applicazione latamente discrezionale della legge delle guarentigie, ovvero dall’ambito distacco fuori ruolo dei giudici ordinari, presso il Ministero della Giustizia, altri organi costituzionali, CSM, ect. per la cui assegnazione le intercettazioni hanno disvelato l’influenza determinante del correntismo, al pari che per la nomina ai posti direttivi, dei vari uffici giudiziari requirenti (le Procure) e giudicanti.

Si obietterà che il meglio è nemico del bene, e che approntando una vasta riforma organica – comportante in alcuni snodi pure il procedimento di revisione costituzionale ex art. 138 Cost., abbisognevole di periodi lunghi ed ampie convergenze all’interno della maggioranza e pure con l’opposizione – i tempi son destinati ad allungarsi, mentre la diffusiva virulenza della “infezione istituzionale” della magistratura associata e del CSM esige un intervento rapido ed efficace; pertanto, i sostenitori della proposta di riforma puntuale propugnata dal Ministro Bonafede avv. Alfonso – proposta che, invece, per i detrattori si risolve in “riformetta” troppo circoscritta e dall’ispirazione sfumata, lungi dal poter conseguire l’effetto palingenetico additato da roboanti parole di presentazione – sono convinti che egli abbia ben fatto a riesumare in fretta e furia, qualche appunto preso e lasciato nel cassetto dal Predecessore Guaradasigilli Andrea Orlando, consci come la stessa coalizione giallorossa che sostiene l’esecutivo Contebis abbia accusato proprio di recente delle insidiose fibrillazioni sui problemi della giustizia, sia per divergenze su singoli temi (ad es. soppressione prescrizione) che per differenti sensibilità di fondo tra le varie formazioni (essenzialmente tra quella più garantista di IV di Renzi e l’altrà più giustizialista della stragrande parte del M5S).

Inoltre l’attuale Ministro, indubbiamente è stato spinto a tanto, dalla non ancora conclusasi stagione di vivaci polemiche divampate sul suo operato (cd. circolare antiCovid del dr. Basentini Capo del DAP, dimessosi al pari della pressochè totalità dei magistrati distaccati presso il Ministero; il decreto legge per le “ricarcerazioni”, già sospettato di non manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costittuzionale e reiteratamente rinviato (3 volte in meno di un mese) alla Corte costituzionale, di cui l’ultimo ordinanza da parte di quel Tribunale di sorveglianza di Sassari, disponente la messa in detenzione domiciliare per gravi motivi di salute di detenuto in regime di isolamento ex art.41bis Zagaria), e soprattutto, dal lato eminentemente politico, dal fatto di esser scampato per il rotto della cuffia alla mozione di sfiducia individuale calendarizzata al Senato (grazie a disinvolto quanto inopinato cambio di rotta del Sen. Renzi, che aveva tuonato in più occasioni contro l’operato del guardasigilli, nonchè aveva fatto riecheggiare parole di sdegno in aula palazzo Madama su straripamento di magistratura inquirente, nell’equiparare la fondazione Open a “articolazione di partito politico”), in riferimento all’intera gestione carceraria degli ultimi mesi, dalle rivolte con morti e feriti, gravi danneggiamenti, contagi di agenti penitenziari, per ultimo ma non da ultimo, pure richiami e richieste informazioni dalla CEDU, etc.

II vicepresidente PD Orlando, che non ha lesinato di far ascoltare la sua voce sui problemi della giustizia e che al cospetto del Bonafede, propugnatore di prescrizione e legge spazzacorrotti, appare vieppiù – ancorchè né avvocato né laureato in giurisprudenza – campione di garantismo e moderazione, gli avrà rimproverato di aver lasciato per troppo tempo nel cassetto, l’unico gioiello partorito da sua iniziativa di convocazione degli “stati generali” della giustizia, ad inizio scorsa legislatura, cioè ci riferiamo a quella riforma dell’ordinamento penitenziario, ancorchè organicamente delineata, rimasta lettera morta per ragioni di convenienza politico.elettorale e non riproposta dal Contebis.

Orlando certo non disdegna che il suo successore, quantomeno, dopo averla integrata e riadattata, abbia presentato come nuova, un progetto riformatore, di corto respiro, già perlopiù esistente, cui ha aggiunto negli ultimi giorni l’orpello delle “quote rose” o della “preferenza di genere” per assicurare la presenza di donne.

A ben vedere, però, ad onta di annunci mediatici e solenni proclamazioni, il disegno di legge delega nient’altro è che la versione riveduta e corretta di un progetto presente in via Arenula, ora additato quale “Grande Riforma”, capace di assolvere a funzione di catartica rigenerazione del CSM.

Oblitera il Ministro che tale progetto, per quanto levigato ed edulcorato , non è minimamemte destinato a intaccare e tantomeno ad estirpare il pernicioso fenonemo della degenerazione correntizia nei processi decisionali dell ’organo di autogoverno, soprattutto allorquando procede a scegliere i titolari di incarichi direttivi.

Come ha ricordato il prof. G. Di Federico, già membro laico CSM (cfr. articolo ”Così il CSM ha cancellato il merito dalla magistratura”, Il Riformista dell’ 11.6.20, pg. 6/7), il CSM ha reiteratamente e – iniziando dal decennio 1968.1977 a ridosso delle nefaste legge breganze e breganzone (1966-1973) – in maniera sistematica disapplicato parte significativa della disposizione dell’art. 105 Cost., secondo cui “ spettano secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”

Ebbene l’insigne studioso, con ultraquarentennale esperienza di ricerca comparata sui sistemi giudiziari, ritiene che la principale ragione per cui le correnti siano un fattore rilevante e di decisiva importanza, in ogni modalità decisoria del CSM, risiede proprio nel fatto che dalla seconda metà degli anni 60, l’organo di autogoverno ha di fatto svuotato di significato tale attribuzione, quasi a non volerla applicare, smettendo di procedere a promozioni meritocratiche ed invece cedendo allo “automatismo gerontocratico” per l’avanzamento di carriera dei magistrati.

Dalla seconda metà degli anni 60, il CSM ha smantellato le preesistenti e competitive valutazioni di professionalità, dando a tutti i magistrati valutazioni positive in base a mera anzianità, con conseguente automatico passaggio da una classe stipendiale all’altra più elevata e contestuale miglioramento quindi del trattamento giuridico.economico in godimento, senza alcun screnning di professsionalità . Promozioni automatiche ed indiscriminate per tutti o quasi: le cifre sono impietose, giacchè le valutazioni negative – di regola solo momentanee, comportanti il mero rallentamento dell’avanzamento per periodo più o meno lungo, recte breve, ma non l’arresto permanente in classe di stipendio di provenienza – si sono attestate tra lo 0,5 e lo 0,9 (in prativa i “rallentati” su 8000 appartenenti all’intera magistratura, oscillano tra 40 e 70 giudici, gli unici assoggettati a lieve ritardo in progressione di carriera e stipendio).

Solo in Italia capita che tutti i magistrati siano “altamente qualificati e di spiccata diligenza”, senza esser sottoposti ad alcuna valutazione di professionalità; l’assurdo che tale valutazione viene presa, non si sa bene in base a quali riferimenti, anche per magistrati fuori ruolo o in aspettativa parlamentare per più mandati (emblematici i casi narrati da M. Mellini e Livaidoti “Magistrati l’ultracasta”, della dr. Elena Paciotti, Pres.te ANM e poi Europarlamentare, e anche di recente della vicenda Senatrice A. Finocchiaro di Catania, che ha riportato, per tutto il lungo periodo di svolgimento mandato parlamentare, sempre valutazioni entusiastiche, per poi collocarsi a riposo, dopo il denegato distacco in via Arenula, non volendo tornare a indossare la toga corrente).

I Magistrati in servizio in Francia e in Germania, che hanno un trattamento stipendiale di ingresso inferiore a quello italiano, sono periodicamente sottoposti – a garanzia di qualità ed efficienza loro prestazioni – a scrupolose valutazioni selettive di professionalità, durante l’intero arco di loro permanenza in servizio, e grazie all’operatività di tale filtro meritocratico, solo un numero assai limitato e vagliato raggiunge i vertici della carriera .

In presenza di graduatorie di merito, generate da siffatte valutazioni, l’ambito di apprezzamento discrezionale demandato al CSM, che spesso sfocia nell’arbitrio essendo condizionato dall’appartenenza correntizia, dagli appoggi reperiti e da patti trasversali, se non da bieca logica dello scambio di favori (do ut des), risulterebbe drasticamente limitato ed il potere decisionale del CSM vincolato al rispetto dei rigorosi criteri di legge e dei principi costituzionali, in assegnazione degli incarichi direttivi e fuori ruolo, onde prescegliere i migliori e i più idonei alla singola carica.

Invece in Italia, in assenza dell’operatività di tali imprescindibili meccanismi selettivi, la meritocrazia è offuscata, la progressione in carriera livellata, la qualità dei magistrati titolari di posti apicali proletarizzata, secondo la dinamica inesorabile della curva di Gauss ( “ a capello di carabiniere”, con allargamento base e smussamento al ribasso della punta ), con la conseguenza nefasta di risulta che l’effettiva riuscita delle candidature previste per posti direttivi dipenda non già dalle condizioni di partenza (CV, esperienze avute, risultati conseguiti, attitudini dirigenziali, etc,) bensì dall’appoggio rinvenibile in seno alle correnti del CSM e all’intermediazione del Palamara di turno.

Da fine anni 60, il termine stesso di PROMOZIONE è divenuto lessicalmente desueto, tanto da scomparire dalle decisioni e dai verbali del CSM, cosicchè in forza di tali decisioni consiliari “frutto della necessaria mediazione” (ipse dixit dr. Palamara al conduttore televisivo dr. Gilettti in ultima trasmissione su LA7, “Non è l’Arena” di domenica 7.6.20), persone mediocri si ritrovino ad essere assegnatarie di migliori posti o addirittura di prestigio, con provvedimenti “tirati” ispirati al favore correntizio, recanti motivazioni insufficienti o contraddittorie.

Qui si apre uno scenario che, se non fosse unico da autentica commedia italiana, risulterebbe grottesco ed inquietante;

A.Essendo tali provvedimenti, non supportati da valutazione di merito certa, dal decisum opinabile, possono esser impugnati dai candidati che si sentano ingiustamente pretermessi dal posto assegnato, innanzi al Giudice amministrativo (ricorso al TAR; appello in Consiglio di Stato), con le prevedibili conseguenze di generazione di incertezza e sfiducia;

Sempre il prof. Federico compara la situazione dell’ultimo concorso per posti direttivi in cassazione del 1977, ove non ci furono ricorsi, con il proliferare di un crescente contenzioso – circa 780 ricorsi, durante il quadriennio della sua consiliatura al CSM – rimarcando adeguatamente che da allora detti ricorsi investivano nomine a posti di assoluta preminenza presso la Suprema Corte (Primo Presidente Cassazione; Pres.ti titolari di n.2 sezioni; Proc.re generale aggiunto, etc,), posti cioè ricoperti da due dei tre membri di diritto CSM, con un disdicevole andazzo senza pari in Europa.

  1. Come se questo scenario inquietante non bastasse, capita sovente che gli interessati dopo aver ottenuto dagli organi della giustizia amministrativa il giudicato di annullamento della nomina erronea, debbano attivare il giudizio di ottemperanza innanzi al competente Collegio, in quanto pur di fronte a pronuncia irrevocabile il CSM si ostini, spesso e volentieri, a non dargli “spontanea” esecuzione come son tenute tutti gli altri uffici delle pubbliche amministrazioni, adducendo argomenti infondati e speciosi.

Per non dire poi, quando il CSM per sottrarsi all’esecuzione del giudicato, con chiari intenti ostruzionistici o dilatori, si concede il lusso di sollevare – nonostante sia inequivocabile il riparto delle rispettive competenze costituzionalmente delimitate – conflitto di attribuzioni tra poteri dello stato, innanzi alla Corte costituzionale! Sono i membri del CSM, cioè giudici rappresentanti di altri giudici che devono assicurare al cittadino il servizio della giustizia, non intasarlo con beghe pretesuose o giochi di potere.

E pensare che ogni giudice, come potere diffuso, è legittimato a sollevare conflitto di attribuzione, ma c’era una disposizione – a quanto consta ora abrogata -che quando lo faceva senza una parvenza minima di plausibilità doveva essere suscettibile di procedimento disciplinare da parte del CSM !

Pertanto il CSM ha perso ogni credibilità, anche nella sua sezione disciplinare di fronte alla perniciosa pervasività delle disfunzioni e delle degenerazioni denunciate.

IL CSM verminaio, cloaca, o più semplicemente luogo di costante intermediazione politica non è in grado di assolvere alla sua funzione istituzionale, nella sua attuale composizione deve esser sciolto e poi ricostituito con diverso sistema elettorale, prevedibile con decreto-legge ricorrendo in circostanza tutti i requisiti della straordinaria necessità ed urgenza ex art. 77 Cost.. All’uopo Bonafede asserisce che la sua riforma prevede “un meccanismo per garantire in un’ottica di eliminazione del carrierismo, che solo il merito (sic!) sia al centro dei criteri con cui si procede nelle nomine e nell’avanzamento delle carriera”

Ma rispondendo 11.6.20 al “Question time” al Senato, ha riconosciuto che l’esigenza della riforma deriva dal fatto che “la credibilità e il prestigio della magistratura sono state duramente colpiti dagli eventi in quel contesto. Siamo al punto di non ritorno, un intervento netto e profondo, a tutela dei cittadini e della stragrande maggioranza della magistratura che guarda con sdegno a queste degenerazioni, non è più rinviabile”

Quis custodiet custodies?

Ministro Bonafede il suo approccio al problema è riduttivo ed ingenuo, soprattutto nell’invocare enfaticamente il merito senza porsi il problema di attuare le promozioni per merito imposte dalla Costituzione,

Allarghi i suoi troppo ristretti orizzonti culturali e riconosca che la formazione manichea che l’ha portata sin ora a dividere i cittadini in buoni e cattivi, colpevoli e innocenti, apprezzabili e deontologicamente disdicevoli, senza chiaroscuri e sfumature di grigio, non rappresenta di certo il bagaglio giusto per affrontare compito così impegnativo.

Si riparta dalla constatazione della disapplicazione degli artt. 105 – 97 Cost. da parte del CSM, onde assicurare il merito nelle promozioni; si constati che la politica di promozione generalizzata di tutti i magistrati senza selezioni valutative, portata avanti per troppi decenni dalle correnti del CSM, alimenta il perpetuarsi di intese tra loro a scopo clientelare.associativo; Si ammeta che alcuni membri e a volte lo stesso exVicepresidente (G. Legnini) in varie circostanze hanno tenuto condotte illecite, non solo sul piano deontologico, ma di strumentalizzazione eversiva della funzione.

Infine ci si convinca che gli attuali componenti CSM, se son obbligati a promuovere indiscriminatamente tutti i colleghi, lo fanno per non dover bocciare se stessi. L’unico segno di tangibile rinnovamento, percepibile da quell’opinione pubblica ai cui occhi i magistrati devono non solo essere ma anche apparire imparziali, restano le dimissioni, spontanee o indotte dal Capo dello Stato. Il Ministro della Giustizia che ha sempre dato spazio ed alimentato la cultura del sospetto, nel presente frangente non può non concordare con illustre Cons. P. Davigo che “non bisogna aspettare le sentenze” men che mai il giudicato, ma bisogna agire subito.

Infine, rammentando le asserzioni dapprima di Corrado Carnevale ( “il giudice italiano applica la legge e viola la Costituzione”) e poi di Francesco Cossiga: “le funzioni politiche devono restare del tutto estranee al ruolo del CSM” – ora in Dialogo sulla Giustizia, Macerata 2003 – si potrà costatare che “ il CSM disapplica costituzione e legge”.

Motivo per cui il CSM và prima sciolto o “dimissionato” e poi riformato, in conformità a risultanze di nostra ricostruzione sistematica dei poteri presidenziali sul CSM in crisi, occasionata da commento critico a nota quirinalizia 28.5.20 (L’Opinione delle Libertà, edizioni 3 e 4 giugno 20); prospettazione singolarmente avallata dall’expresidente Camera L. Violante (ribattezzato “piccolo Vysinskij” dal Picconatore, con icastica locuzione spesso ripresa da Mauro Mellini, exmembro laico CSM e storico “garantista impenitente” d’estrazione radicale) che in recentissima stimolante intervista, ha lanciato la proposta di scelta del Vicepresidente direttamente da parte del Capo dello Stato, per evitare che “ogni consiliatura nasca con uno scambio che legittima tutti quelli successivi, tra le correnti e tra queste e la componente laica”, confermando la natura prevalente di delegato del Capo dello Stato del Vicepresidente CSM, con tutte le implicazioni conseguenti. Sempre Violante ha ricordato che “non è una legge elettorale che può risolvere“ i problemi di disfunzionamento e politicizzazione dell’organo di autogoverno della magistratura, infatti “il CSM l’ha cambiata cinque o sei volte (si noti lo pseudo lapsus, non il legislatore su consiglio del CSM, ma il CSM quale legislatore in proprio sul sistema elettorale, argomento trattato da interna corporis ….). Si è cercato di estendere la platea degli eleggibili, poi quella degli elettori, poi di rivedere le regole, da proporzionale a maggioritario e viceversa; ma gli elettori sono diecimila, un paesino, e mettersi d’accordo è sempre possibile. Bisognerebbe guardare ad altro” (Panorama n.24 del 10.6.20, pgg.23-26, intervista di Emanuela Fiorentino)

Per finire è bene tornare a segnalare all’attenzione vigile sia del Ministro della Giustizia che del Capo di Stato-Presidente CSM – cui non è mancata più di una occasione di riscontro dell’attuale vertiginoso calo di fiducia dei cittadini nella giustizia – tutte le implicazioni delle vicende capitate al CSM dal 2017 in poi, ed esortarli (come dice il Prof. Giorgio Spangher, su Il Riformista) a meravigliarsi non tanto dei gravi fatti in sè, quanto della circostanza che” pur essendo tutto quanto emerso perfettamente conosciuto, la fiducia si possa esser mantenuta cosi elevata”. Prodigio della proverbiale italica capacità di adattamento e al contempo del male endemico della carenza di reale capacità di indignazione civile.

Considerazioni varie in vista dell’elezione del Giudice costituzionale indicato dalla Corte dei conti

di Salvatore Sfrecola

 

È stata sempre una scadenza importante quella dell’elezione del Giudice costituzionale che spetta alla Corte dei conti indicare. È noto, infatti, come alla Consulta si decidano molte questioni che attengono all’esercizio delle attribuzioni di importanti corpi dello Stato, con riflessi anche sul ruolo delle magistrature, come nel caso della Corte dei conti, che è organo di rilevanza costituzionale, prevista dagli articoli 100, comma 2, e 103, comma 2, della Costituzione, rispettivamente per il controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo, per quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato, nonché per la partecipazione al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria, e per la giurisdizione contabile, la giurisdizione sui conti di coloro che gestiscono denaro pubblico ed hanno custodia di beni pubblici e sulla responsabilità amministrativa per danno erariale.

Si comprende, dunque, facilmente quale importanza rivesta per il buon funzionamento dello Stato l’esercizio delle attribuzioni della Corte dei conti. Eppure, quelle attribuzioni il potere politico sembra subire, perché da sempre ostile al controllo giudiziario, nella convinzione che la politica debba rispondere esclusivamente all’elettorato. In particolare, in questo momento storico, il controllo preventivo e la giurisdizione in materia di danno all’erario sono sotto attacco, della politica e del mondo imprenditoriale. Entrambi per un equivoco di fondo, perché è stato detto che il controllo rallenta l’attività amministrativa, ignorando, o fingendo di ignorare, che esiste un termine per l’esercizio del controllo e che le valutazioni n sede di controllo sono di stretta legittimità e non attengono alle scelte discrezionali della P.A. e perché, si sente dire e si legge, i funzionari sarebbero dissuasi dal sottoscrivere contratti o provvedimenti che impegnano fondi di bilancio nel timore della responsabilità erariale, cioè di essere chiamati a rispondere dell’eventuale danno provocato all’Erario, sia pure per dolo o colpa grave. Pertanto, sarebbero allo studio norme dirette a ridurre l’area del controllo preventivo ed a limitare la responsabilità per danno erariale esclusivamente alle ipotesi di dolo.

Questa soluzione avrebbe un effetto dirompente perché la colpa grave è individuata, fin dal diritto romano, in una gravissima negligenza. Ricordo spesso che Ulpiano spiegava come culpa lata (la colpa grave) est nimia neglegentia, id est non intelligere quod omnes intelligunt. Anche chi non sa il latino, come, immagino, molti dei nostri politici, comprende certamente di cosa si parla.

Sembra, dunque, molto logico che il pubblico amministratore o funzionario debba rispondere dei danni cagionati con colpa grave, perché parliamo di denaro pubblico, di beni pubblici, di valori cui il “cittadino contribuente”, cioè quello che paga le tasse e le imposte, tiene moltissimo. Per cui se fosse introdotta questa limitazione poi nessuno si dovrà lamentare del fatto che ci possono essere e ci saranno degli sprechi nella gestione del denaro pubblico.

Aggiungo che, limitando la responsabilità al dolo, che spesso accompagna illeciti che rivestono anche aspetti penali, il processo sarebbe in mano al giudice penale il quale è particolarmente titolato a giudicare il dolo, con la conseguenza che potrebbe essere del tutto esclusa, almeno di fatto, la giurisdizione della Corte dei conti ove lo Stato o l’ente pubblico danneggiato si costituisse parte civile nel processo penale e chiedesse in quella sede il risarcimento del danno.

Detto questo, per essere onesti fino in fondo come dovuto da un osservatore che ha svolto all’interno della Corte tutte le funzioni di controllo, preventivo e successivo e giurisdizionali, nel ruolo requirente in quello giudicante, forse si dovrebbe guardare un po’ anche all’interno e fare ammenda di “qualche” azione particolarmente incauta, al punto da provocare diffusa preoccupazione della politica, alimentata dalla protesta di funzionari incapaci o disonesti.

Dico questo e ripeto quanto ho spesso sostenuto, anche quando ho rivestito il ruolo di Presidente dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti, che su 100 cose che facciamo, e ne facciamo sicuramente 99 buone, di queste nessuno ci dice grazie perché è il nostro dovere, ma se ne sbagliamo una, creando magari un’ingiustizia, quella non ci viene perdonata.

Queste considerazioni preliminari che corrispondono a un mio impegno anche sulla stampa, avendo scritto di queste cose su La Verità, su questa Rivista, su Amministrazione e contabilità dello Stato e degli enti pubblici (www.contabilita-pubblica.it) e avendole ripetute più volte in convegni e congressi, mi inducono a sottolineare una cosa sostanzialmente banale: l’importanza della scelta del Giudice costituzionale che spetta alla Corte dei conti indicare. So di alcune candidature. I Colleghi della Corte sono, per definizione, tutti bravi, ma, come accade sempre nella vita non tutti siamo adatti a svolgere le medesime funzioni. Faccio un esempio di un’attività che svolgo da tantissimi anni, quella giornalistica. Ci sono giornalisti bravissimi, analisti profondi di questioni politiche, economiche, giuridiche i cui articoli i lettori vanno a ricercare fra le pagine di un giornale. Dirigere un giornale è altra cosa. Chiudere una edizione è cosa ancora diversa. Io ho collaborato da giovane ad un giornale economico Il Fiorino, diretto da un Professore universitario, giornalista di grande esperienza, a lungo parlamentare, che era stato anche editorialista de Il Messaggero, Luigi D’Amato, il quale per amore della completezza, arrivava spesso a chiudere il giornale all’ultimo momento utile per portare le copia al treno delle 23, quando i giornali venivano spediti da Roma e non stampati in loco sulla base della trasmissione di un file, come accade oggi. Nell’ansia dell’orologio il redattore capo, molto più pratico, appena il direttore i distraeva, provvedeva a chiudere il giornale in quattro e quattr’otto.

So, come ho scritto, di alcune candidature, tutte autorevoli. Di variegata esperienza che, peraltro, gli elettori dovranno valutare non con i parametri che abbiamo visto in altre occasioni e in altre magistrature, dell’appartenenza allo stesso concorso, della frequentazione delle stesse sezioni, dell’amicizia o della simpatia personale, della frequentazione dello stesso circolo sportivo. Non si vota il candidato Giudice costituzionale perché è un amico, lo si vota perché si ritiene che sia il più adatto nel contesto di un difficile Collegio dove siedono esponenti della magistratura ordinaria ed amministrativa, avvocati e docenti universitari indicati dalla politica che dalla politica attendono spesso una sistemazione “dopo”.

Invito, dunque tutti, per l’amore che mi lega all’Istituzione alla quale ho dedicato la mia vita professionale, a tenere conto di queste mie considerazioni, non perché io sia un saggio ma perché sicuramente ho esperienza delle varie funzioni che ho svolto sempre “con disciplina ed onore”, come mi è stato sempre riconosciuto portando il prestigio della Corte anche nelle esperienze di collaborazione ministeriale, dove ho sempre premesso che io ragionavo da magistrato della Corte dei conti e lì sarei rimasto fin quando la mia presenza fosse stata compatibile con questo mio habitus mentale, pronto a tornare a casa, avendone una straordinaria a viale Mazzini 105. E questo mi ha permesso di farmi promotore di riforme per l’Istituto. Cito, tra tutte, la funzione consultiva prevista dalla legge “La Loggia”, nata dalla constatazione che gli enti locali avevano bisogno di una consulenza giuridico-amministrativa come le amministrazioni dello Stato.

Pubblico questa lettera di Fulvio Maria Longavita, inviata ai Colleghi, che mi è stata recapitata, pronto a pubblicare qualsiasi altro contributo proveniente dai candidati che fosse utile a mettere in evidenza la personalità di ciascuno, l’esperienza professionale fatta, l’attitudine a difendere il ruolo della Corte e soprattutto il coraggio nel farlo con equilibrio, in scienza e coscienza, senza preoccuparsi di compiacere chi potrebbe assicurare un “dopo”.

Un augurio, dunque, innanzitutto alla Corte, Istituzione straordinaria, posta a garanzia della corretta gestione del denaro e dei beni pubblici ed a quanti operano nell’esercizio delle sue funzioni.

 

 

Cari Colleghe, cari Colleghi,

 

manca ormai soltanto un mese alla elezione del “nostro” Giudice Costituzionale e, quale candidato, credo sia necessario offrire, in questo limitato arco di tempo, alcuni spunti di riflessione per “che cosa” votare.

 

Sin dalla presentazione della mia candidatura ho espresso chiaramente il mio punto di vista in proposito, precisando che “Le ragioni di questa candidatura vanno individuate nella necessità di proseguire senza riserve, con impegno e dedizione, nel quadro dei Valori Costituzionali, quel processo di integrazione delle due principali funzioni della Magistratura Contabile che ormai da tempo sta caratterizzando il contesto ordinamentale, in relazione ai temi fondamentali dei «diritti inviolabili dell’uomo», come singolo e nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

 

L’obiettivo è rendere sempre più chiara, in ogni ambito del Sistema (normativo, giurisprudenziale, dogmatico e scientifico), non tanto e non solo la reciproca correlazione funzionale della Giurisdizione e del Controllo della Corte dei conti alle “materie di contabilità pubblica”, quanto l’intima, comune afferenza di tali “materie”, ai «diritti inviolabili dell’uomo».

 

Siamo, insomma, alla de-burocratizzazione della contabilità pubblica, in un’azione di rilievo culturale importante e di ancora maggiore impegno etico-spirituale, che pone la PERSONA al centro del “Diritto del Bilancio”, correlando ad Essa ed alle “Generazioni future” l’adempimento di obblighi che diversamente appaiono privi di significato, esprimendosi in tecnicismi ragionieristici per la quadratura del “bilancio per il bilancio”, nella ricerca di equilibri a volte del tutto formali che, alla prova dei fatti, possono anche disvelare disavanzi maggiori di quelli che intendevano recuperare (v. sent. n.4/2020 della Consulta).

 

Nei nuovi scenari della de-burocratizzazione della contabilità pubblica non è più l’“equilibrio di bilancio” a condizionare i diritti fondamentali del cittadino, quasi che sia un “principio tiranno”, ma sono questi diritti a condizionare le scelte di bilancio, con il relativo equilibrio: insomma, non è più l’ “Uomo per il Sabato”, ma è il “Sabato per l’Uomo”.

 

L’“Umanizzazione” della contabilità pubblica, dunque, baricentra l’esercizio integrato delle funzioni della Corte dei conti sui “diritti inviolabili” del cittadino: sui diritti cioè che, enunciati dall’art. 2 della Carta costituzionale, sono dettagliati dai successivi artt. da 13 a 54, per ciascun ambito di “rapporto”: civile, etico-sociale, economico e politico. Il loro riconoscimento ed il loro radicarsi condiziona ogni forma di “pari dignità sociale” e di concreto “sviluppo della persona umana”, oltre che di “effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

Non c’è un solo “diritto inviolabile” che non presenti un “costo” e non c’è, perciò, alcun “diritto inviolabile” che non richieda una relativa, “giusta” allocazione di bilancio: un’allocazione di bilancio, cioè, proporzionata alle risorse disponibili, secondo l’intrinseco valore del diritto considerato, espresso dalla “caratura” assiologia di ognuno di essi, desumibile dal Sistema e principalmente dai valori costituzionali.

 

E’ proprio l’ “Umanizzazione” della contabilità pubblica che sta consentendo alla Corte dei conti di assumere, con sempre maggiore nitidezza, una nuova e più alta autonomia rispetto alla Magistratura Ordinaria ed Amministrativa, ponendola come “Giudice dei diritti inviolabili” del cittadino, sulle cui basi germinano gli ulteriori diritti soggettivi ed interessi legittimi, che segnano le sfere di intervento delle due menzionate Magistrature e dalla cui effettività dipende in larga parte anche lo sviluppo ed il corroborarsi del sentimento di Unità Nazionale.

 

Ogni sperpero di pubbliche risorse, per spesa oggettivamente irragionevole o per mancata acquisizione di entrata, segna uno squilibrio di bilancio, così come ogni sorta di malagestio pubblica determina un danno alla “comunità amministrata”, prima ancora che alla “amministrazione”, perché riduce gli ambiti di effettività dei “diritti inviolabili” (art. 1, c. 1-bis, della l. n.20/1994, nel testo dell’art. 3 della l. n.639/1996).

 

L’“Umanizzazione” della contabilità pubblica, d’altra parte, non consente di continuare a utilizzare, per l’espletamento del controllo sui bilanci degli enti locali post d.l. n.174/2012, un modello procedimentale di “controllo collaborativo”, delineato più sulla falsariga del controllo preventivo di legittimità su atti, che non su quello proprio dei bilanci pubblici, espresso dal “Giudizio di Parificazione”.

 

Anche il controllo dei bilanci degli enti locali reclama il procedimento nelle “forme della giurisdizione contenziosa” della Corte dei conti, caratterizzate dalla presenza del P.M. contabile, non in veste di “accusa”, ma di “aggregatore degli interessi adespoti” della comunità locale, per la “tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”, e – ad un tempo – della comunità nazionale, per gli ancora più generali interessi del coordinamento della finanza pubblica e dell’unità economica e giuridica del Paese nel suo complesso.

 

I bilanci delle maggiori città italiane hanno un impatto economico, finanziario e demografico di gran lunga superiore a quelli di tante piccole regioni, anche aggregate tra loro. Il dato, intrinseco ed oggettivo, non giustifica e rende anzi inspiegabile l’assenza del PM contabile nel relativo procedimento di controllo, articolato nel semplice, quanto insufficiente, “contraddittorio” tra la SRC e l’ente (apparato) soltanto.

 

Sono le stesse norme del TUEL a prevedere l’impugnabilità delle deliberazioni “di diniego o di approvazione” delle Sezioni Regionali della Corte dei conti che esitano il controllo sui bilanci degli enti locali (art. 243-quater, c. 5, TUEL). E se, per le deliberazioni di “diniego”, è evidente l’interesse dell’ente (apparato) al ricorso, non si comprende chi possa invece ricorrere avverso le deliberazione di “approvazione”, secondo i canoni generali dell’ “interesse ad agire”, dovendosi comunque anche escludere che le Sezioni Regionali incorrano in errori solamente con le loro pronunce di “diniego”.

 

Lo sviluppo dell’esercizio integrato delle funzioni della Corte dei conti, verso l’ “Umanizzazione” della contabilità pubblica, sta trovando spazio sempre più consistente sia nelle pronunce delle Sezioni giurisdizionali che dirimono controversie tra gli enti territoriali sulla spettanza dei trasferimenti erariali (Sez. Giur. Reg. Campania n.1045/2018) o che accertano responsabilità sanzionatorie di ineleggibilità degli amministratori che hanno “contribuito al verificarsi del dissesto” (Sez. Reg. Giur. Abruzzo, decr. n.1/2019 e Sez. Giur. Reg. Campania sent. n.349/2019), sia nelle deliberazioni della Sezione delle Autonomie che affrontano il tema dei “diritti inviolabili dell’uomo” nel contesto delle regole di contabilità (delib. n.25/2019) e sia negli altri ambiti di intervento della Corte medesima, come in quello della c.d. “contabilità di mandato”, da recuperare – nei suoi profili valutativi, anche a fini sanzionatori – alla giurisdizione della Magistratura contabile (SS.RR. Spec. Comp. sent. n. 28/2019).

 

E’ proprio per proseguire tale processo di “Umanizzazione”, nel quale credo profondamente, che ho offerto la mia candidatura di “servizio”: di chi, cioè, “serve” la contabilità pubblica in pienezza ed in autonomia di esercizio delle funzioni giurisdizionali e di controllo, lavorando come se tutto dipendesse da lui, nella consapevolezza che tutto invece dipende dall’ “ordine muto” di Themis (Θέμις), al quale si compartecipa, ispirando silenziosamente la propria attività a dedizione, correttezza e distacco dal potere.

 

Vi chiedo pertanto una condivisione, mediante un voto, a continuare a lavorare insieme per la non facile attuazione di questo disegno di elevazione della Magistratura contabile, aperto dalla riforma costituzionale del 2012 e proseguito finora con tanto meritevole impegno della Consulta e di molti nostri colleghi.

 

Vi ringrazio dell’attenzione.

 

Fulvio Maria Longavita

 

Con la scusa di semplificare. La tentazione dell’irresponsabilità

di Salvatore Sfrecola

Prendo lo spunto per alcune considerazioni sulla semplificazione amministrativa da un articolo di Luigi Caso, Presidente dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti, pubblicato da Il Sole 24 Ore del 3 giugno, e dal suo titolo “La tentazione dell’irresponsabilità”. Efficace, come il sommario: “occorre fare attenzione affinché insieme ai lacci e lacciuoli non si taglino i meccanismi di controllo”. Il tema è quello della semplificazione amministrativa, di permanente attualità ma soprattutto in questa stagione nella quale la ripresa dell’economia impone, più di sempre, procedure snelle che consentano ai cittadini ed alle imprese di evitare le lungaggini burocratiche (il tempo è un costo) che costituiscono un peso grave, anche economico. In particolare, nella contrattualistica pubblica, nel mirino della politica e di quanti criticano l’assurda complessità delle procedure, causa di ritardi nella stipulazione dei contratti di appalto di lavori, servizi e forniture anche in ragione del contenzioso dinanzi al giudice amministrativo che accompagna troppo spesso le aggiudicazioni.

La responsabilità, ne sono tutti convinti, è del Codice degli appalti, un monumento al cavillo che, secondo i più, andrebbe abolito, come si sente ripetere in televisione e sui giornali, soprattutto dai politici di tutti i partiti. Incuranti del fatto che il Codice dà attuazione a direttive dell’Unione Europea. Pertanto, può (anzi deve) essere semplificato, non abolito.

Insieme al Codice degli appalti l’attenzione della politica e degli “esperti” che la coadiuvano (ma a volte è da dubitare che siano effettivamente “esperti” e non teorici che non vivono le procedure delle quali scrivono e parlano) è diretta a richiedere la revisione di alcune regole ritenute fonte di preoccupazione per i funzionari e, pertanto, causa di rallentamento dell’azione amministrativa. È la cosiddetta “paura della firma” che, abilmente enfatizzata dalla politica e da quanti vogliono le “mani libere”, mette insieme preoccupazioni vere, impacci effettivi e timori dovuti a scarsa professionalità ed alla conseguente incapacità di assumere responsabilità.

Queste preoccupazioni riguardano il reato di abuso d’ufficio, i controlli preventivi della Corte dei conti e la responsabilità per danno erariale. Si chiede e si propone di semplificare ma, evidentemente senza adeguati approfondimenti e con con scarsa conoscenza della realtà si finisce per patrocinare riforme che determinerebbero quella “irresponsabilità” che è nel titolo dell’interessante articolo di Luigi Caso.

La preoccupazione della firma non è recente. Ricordo un episodio che mi sembra importante. Molti anni fa, ero Procuratore Regionale della Corte dei conti per l’Umbria, fui invitato a partecipare ad un dibattito promosso dalla Regione che presentava la nuova legge sul patrimonio. Era presente anche il Ministro delle finanze, Vincenzo Visco, parlamentare del Partito Democratico della Sinistra P.D.S.), eletto in Umbria. Ebbene l’on. Visco, intervenuto in chiusura dei lavori, dopo che avevo richiamato il ruolo di garanzia della Corte dei conti, nel controllo e nella responsabilità amministrativa e contabile, se ne uscì con una frase che non ho affatto gradito: “i miei funzionari si farebbero tagliare le mani piuttosto che firmare, per non cadere sotto il controllo (ma forse disse “sotto le grinfie”) dei colleghi del dottor Sfrecola”. Eppure, avevo chiarito come le regole della responsabilità amministrativa per danno erariale fossero ancorate ad una condotta quanto meno gravemente colposa, cioè caratterizzata da una straordinaria negligenza rispetto a regole di buona amministrazione di facile comprensione. Avevo ritenuto, pertanto, di non aver preoccupato nessuno, anzi di aver chiarito che i funzionari competenti, quelli che studiano le pratiche e sono aggiornati sulla dottrina e sulla giurisprudenza, non avevano nulla da temere dall’azione di responsabilità amministrativa perché non è facile che causino un danno al pubblico erario. Anche statisticamente è evidente. Migliaia di funzionari ogni giorno sottoscrivono atti di vario genere, concessioni, autorizzazioni, stipulano contratti. Rarissimi sono coloro che vengono chiamati a risponderne.

Mi sono tornate in mente queste riflessioni in occasione del dibattito sulla semplificazione amministrativa, che ho già trattato in un articolo per La Verità, perché il Presidente Caso coglie una voce, raccolta anche dalla stampa, secondo la quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe allo studio una ipotesi di eliminazione della responsabilità per danni inflitti all’erario dai dipendenti pubblici quando la condotta sia caratterizzata da “colpa grave”. Una scelta che, osserva Caso, farebbe dire che “piuttosto che di semplificazione è più corretto parlare di deresponsabilizzazione”.

Infatti, il giudizio di responsabilità per danno al pubblico erario ha come scopo quello di reintegrare il patrimonio dello Stato e degli enti pubblici a seguito dei danni provocati dai propri funzionari. Non a causa di errori giustificabili ma a seguito di una condotta, connotata da dolo o colpa grave, la quale abbia determinato una maggiore spesa, che può derivare dall’acquisto di un bene non necessario, dal pagamento di una somma che non poteva essere posta a carico del bilancio pubblico, o dalla mancata tutela di un bene che era dovere del funzionario garantire nella sua integrità.

Va detto che la responsabilità per danno erariale, che un tempo era perseguita anche per colpa lieve, una volta limitata al dolo e alla colpa grave appare una ragionevole disciplina di una responsabilità che non può non investire un soggetto il quale, nell’esercizio delle funzioni amministrative e di gestione di beni, deve porre in atto comportamenti analoghi a quelli ai quali si conformerebbe se si dovesse occupare di cose proprie. Qualche esempio per chiarire anche ai più riottosi e agli incolti quello di cui parliamo. Il guardiano di un museo – è un caso del quale mi sono occupato tanti anni fa – che esca lasciando la porta aperta e l’allarme disattivato, così consentendo ad un ladro di portare via un prezioso reperto archeologico è o no agli occhi dei cittadini meritevole di rispondere del danno provocato? Per non dire dei casi di acquisti fittizi, di fatture per operazioni inesistenti, di attribuzione di compensi a personale che non ne aveva il titolo. Oppure di opere realizzate non a regola d’arte, nonostante la presenza di un responsabile del procedimento, del direttore dei lavori, dei collaudatori. Un cittadino pagherebbe dei lavori effettuati nella propria abitazione se non fossero conformi al progetto, se si rivelassero rapidamente meritevoli di interventi di manutenzione straordinaria? Certamente no.

È dunque un falso problema quello di ritenere che esista una preoccupazione dei pubblici funzionari per effetto della presenza della giurisdizione contabile e della responsabilità erariale. Che, tra l’altro, ricorda bene il Presidente Caso, è caratterizzata da una disciplina che non ha l’altro giudice che si occupa di danni, il giudice civile: ci riferiamo al “potere riduttivo dell’addebito” che consente alla Corte dei conti, valutate le circostanze di fatto, di porre a carico del responsabile tutto o parte del danno accertato. Che non è poco.

È evidente, dunque, che limitare la responsabilità amministrativa ai casi di dolo, come qualcuno vorrebbe, è un falso problema. Come escludere il controllo preventivo di legittimità, che non determina un ritardo nell’azione amministrativa, in quanto la Corte è tenuta ad esercitare le sue verifiche entro un tempo ben delimitato (30 giorni) e non determina preoccupazioni perché l’atto amministrativo soggetto al controllo non è esecutivo fino a quando il procedimento non si è concluso positivamente.

Concludendo, credo che sia ragionevole ritenere che, in sede di semplificazione della burocrazia si debbano prima di tutto ridurre gli adempimenti non necessari che aggravano l’iter dei procedimenti, appesantiscono il compito dell’amministrazione e rendono spesso insopportabile per il privato e per le imprese quel fardello documentario che deve accompagnare spesso anche le procedure più semplici.

Io credo che i funzionari dello Stato e degli enti pubblici, tra i quali ho costantemente incontrato persone di grande valore professionale, aggiornati con studi, attenti alla giurisprudenza del giudice ordinario, amministrativo e contabile, non gradiscono che il governo, nella persona del Presidente del Consiglio, li ritengano sostanzialmente degli incapaci e irresponsabili, in condizioni di non discernere, tra i comportamenti possibili, quelli connotati da una negligenza assoluta capace di determinare danno erariale. Culpa lata (cioè grave), dicevano i romani (Ulpiano) est nimia neglegentia, id est non intelligere quod omnes intelligunt. Chiaro? Non c’è bisogno di conoscere il latino.

Molto probabilmente la preoccupazione di alcuni, pur professionalmente dotati, andrebbe ricercata altrove, nel reato di abuso d’ufficio che il Codice penale delinea con una formula che ha dato luogo ad interpretazioni spesso molto discordanti, che non danno certezza al funzionario. Nonostante l’art. 323 c. p. sia, a prima lettura, chiaro in quanto prevede l’ipotesi del reato del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio il quale “nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto”. L’interesse tutelato è quello del buon andamento dell’imparzialità della pubblica amministrazione di cui all’art. 97 della Costituzione.

Le considerazioni che precedono danno la misura della confusione che governa questa materia e che potrebbe, ove si arrivasse alla eliminazione dei controlli preventivi ed alla limitazione della responsabilità per danno erariale, ad abbassare il livello di legalità, di efficacia di efficienza e di economicità dell’azione amministrativa, con conseguenze che potrebbero far dilagare il giudice penale anche perché sarebbe facile immaginare interventi illeciti nella pubblica amministrazione, come le cronache giudiziarie ci dicono.

Si parla spesso di sprechi. L’esperienza insegna che il funzionario responsabile di sprechi o è un incapace o è un corrotto e nell’un caso e nell’altro i cittadini devono sapere che quella condotta sarà punita nel loro interesse in quanto contribuenti, perché sono loro che mettono a disposizione del pubblico erario, pagando imposte e tasse, le risorse attraverso le quali la pubblica amministrazione paga stipendi, eroga contributi, acquista beni, servizi e forniture.

No all’eliminazione della responsabilità amministrativa per “colpa grave”

ASSOCIAZIONE MAGISTRATI DELLA CORTE DEI CONTI

COMUNICATO STAMPA

L’Associazione magistrati della Corte dei conti esprime viva preoccupazione con riferimento alle notizie di stampa secondo le quali sarebbe allo studio, per la materia dei contratti pubblici, la previsione dell’eliminazione della responsabilità erariale per colpa grave.

Una simile riforma non comporterebbe alcuna semplificazione dell’azione amministrativa – che richiederebbe una significativa riduzione dello stock normativo – intervenendo su una funzione che si pone fisiologicamente a valle della stessa; al contrario, essa si risolverebbe in una forma di ampia deresponsabilizzazione dell’attività dei pubblici dipendenti. Tale deresponsabilizzazione si porrebbe, peraltro, in contrasto con quanto disposto dagli artt. 28 e 97 Cost., che individuano nella responsabilità dei funzionari e dei dipendenti pubblici il presidio per garantire la legalità e il buon andamento della pubblica amministrazione, a tutela dei cittadini e delle risorse pubbliche derivanti dall’imposizione fiscale. In tal senso, infatti, si è espressa la Corte costituzionale (Corte cost., sent. 20 novembre 1998, n. 371) all’esito dell’abrogazione della responsabilità erariale per colpa lieve, ritenendo l’attuale disciplina della responsabilità erariale il punto massimo ed inderogabile di equilibrio tra l’esigenza di garantire la legalità dell’azione dei pubblici dipendenti e quella di non disincentivarne l’operato.

In seguito alla prospettata riforma, verrebbe negata ogni responsabilità per i comportamenti connotati da grave negligenza, imperizia ed imprudenza (numericamente di gran lunga superiori a quelli dolosi) con disastrose conseguenze per il patrimonio collettivo, costituito grazie al sacrificio dei cittadini contribuenti, i quali sarebbero le principali ed uniche vittime di una simile riforma normativa a causa della conseguente socializzazione del danno inferto da pochi alla ricchezza pubblica. La conseguenza di tale innovazione sarebbe quella di impoverire il pubblico erario, disperdere le risorse pubbliche, ivi compresi eventuali contributi europei, impedire, in un momento di così grave emergenza, il migliore utilizzo delle stesse nonché fungere da freno per una corretta selezione meritocratica della classe dirigente, annullando la differenza tra amministratori diligenti e negligenti.

Conseguentemente, condividendo le perplessità manifestate dallo stesso Presidente della Corte dei conti il 29 maggio 2020 e richiamando il disposto dell’art. 1 del Regio decreto-legge 9 febbraio 1939, n. 273, l’Associazione magistrati della Corte dei conti:

– esprime ferma contrarietà ad ogni modifica del regime della responsabilità erariale che ne preveda la limitazione al solo dolo o, comunque, preveda l’attenuazione della responsabilità per colpa grave;

– invita il Governo a non indebolire il presidio costituzionale di legalità e buona amministrazione dell’attività delle pubbliche amministrazioni costituito dalla responsabilità per colpa grave dei pubblici dipendenti;

– si dichiara pienamente disponibile a contribuire all’individuazione di meditati e ragionevoli interventi di reale semplificazione dell’attività amministrativa, purché idonei a preservare e garantire legalità ed efficienza nell’interesse supremo del Paese.

Roma, 5 giugno 2020

IL NON CONDIVISIBILE SELFRESTRAINT DEL PRESIDENTE SUL CSM Commento alla Nota quirinalizia 28 maggio 2020

Tutti gli animali sono uguali; alcuni sono più uguali degli altri”

Animal Farm, G.ORWELL

 

IL NON CONDIVISIBILE SELFRESTRAINT DEL PRESIDENTE SUL CSM

Commento alla Nota quirinalizia 28 maggio 2020

di Jacopo Severo Bartolomei, Avvocato cassazionista, Cultore di diritto costituzionale

 

A distanza di considerevole arco di tempo dalla deflagrazione, coinvolgente i massimi rappresentanti dell’associazionismo della magistratura ordinaria e figure istituzionali di primo piano, “il caso Palamara” – per come lo si è identificato dal nome del principale protagonista, già più giovane Presidente ANM – resta ben lungi dall’aver assunto contorni definitivi e confini netti, anche a causa della malcelata ritrosia se non inammissibile reticenza dei principali mezzi di informazione – tra cui in primis i canali del servizio pubblico televisivo e radiofonico – ad affrontare compiutamente la problematica ed a sviscerarne possibili ricadute ed attuali conseguenze per il prosieguo della vita istituzionale del Bel Paese.

Si tratta a ben vedere di una crisi ordinamentale di vasta portata e di eco progressiva, non dissimile ad altre (es alcuni, il Sindaco De Magistris ex PM, l’hanno paragonata a quella della loggia massonica segreta P2), che hanno segnato in profondità la vita della Repubblica, cambiandone irreversibilmente i connotati. In tale contesto da giovedì 28 maggio u.s. si registra – ad un anno esatto dal primo ammonimento – il secondo intervento ufficiale del Quirinale, affidato a nota diffusa dall’ufficio stampa. Sin dagli esordi nel maggio 2019, il caso Palamara, che – secondo locuzione di L.Sciascia a proposito di tragica fine di Aldo Moro – si presenta con fisionomia di un veritable affaire, destinato ad assumere implicazioni rilevanti e imprevedibili ricadute “a cascata”, non ancora immaginabili agli occhi di chi ne registrò il debutto sul palcoscenico del “circo mediatico – giudiziario” domestico (cfr. l’impareggiabile analisi della giustizia-spettacolo, condotta da Daniel Soulez Lariviere, cui si è ispirato negli anni di Tangentopoli il saggio di Arturo Diaconale “Tecnica postmoderna del colpo di stato” – rispettivamente Parigi 1992-Milano 1994). Tali implicazioni dapprima minimizzate e lasciate sopite, si son amplificate in maniera progressiva e irreversibile – a mo’ di onde propalatesi centrifugamente da sasso gettato in limaccioso stagno – non solo sugli assetti interni della magistratura associata e sull’articolazione correntizia nel CSM, ma financo sulle modalità di svolgimento dell’azione giudiziaria in generale e quella disciplinare in particolare, tanto da attenzionare il mondo parlamentare con la richiesta dell’istituzione di una commissione d’inchiesta (cfr. tempestiva proposta del sen.M. Gasparri). Infatti tale affaire ha indotto in rapida successione alle dimissioni ben 4 componenti elettivi togati, tutti appartenenti a corrente di Unicost (quella di Palamara), e addirittura di uno dei tre membri di diritto, l’allora Procuratore generale presso la Cassazione dr. Riccardo Fuzio – proprio il soggetto titolato a promuovere l’azione disciplinare, in qualità di rappresentante dell’accusa, presso la sezione disciplinare del Consiglio medesimo – cosi comportando uno stravolgimento degli equilibri di rappresentanza e rappresentatività delle componenti dell’organo di autogoverno (eletto col sistema proporzionale), in pratica impattando su quelle cd. correnti, che da decenni contribuiscono alla dequotazione del CSM in “Parlamentino dei giudici”, con innegabile spiccata politicizzazione di ogni sua attività.

Ebbene il Capo dello Stato, che è ad ogni effetto il Presidente del CSM, a termini del collegato disposto degli artt.87, comma quinto, 104 cpv. Cost., è tornato a far sentire la sua opinione, questa volta non con voce indignata nella seduta del Plenum del CSM in cui venne accolto dall’ avv. David Ermini (altro Vicepres.te nominato dietro designazione renziana) – bensì affidando la ferma riprovazione, già manifestata lo scorso anno nella sede istituzionale propria, ed aggiungendovi alcune considerazioni ancillari. Detta nota a firma del Presidente Sergio Mattarella – già professore di diritto parlamentare, ed autorevole Giudice della Consulta, nonchè in precedenza più volte Ministro della Repubblica dal 1987 e Vicepresidente Consiglio dei Ministri da ottobre 1998 a dicembre 99 – si struttura logicamente in due parti distinte, quella preambolare, in cui si richiamano e ribadiscono le considerazioni in precedenza svolte l’anno scorso, e quella – a carattere sol all’apparenza più dimesso, quasi scontato – contenente delle innovative notazioni, non già sul fenomeno ampiamente stigmatizzato del malcostume emerso dall’inchiesta condotta dalla Procura di Perugia, bensì sul ruolo e sui poteri il cui esercizio può spettare al Capo dello Stato nei confronti del CSM in tali frangenti, individuandone la natura e circoscrivendone rigorosamente i limiti posti dall’ordinamento. Siffatte considerazioni sono apparse improntate a tenore didascalico-pedagogico e, secondo quanto osservato da alcuni accreditati quirinalisti, sempre attenti a cogliere le nuances di allocuzioni ed esternazioni presidenziali, trasudavano una certa qual “seccatura” nel dover ripetere concetti già espressi. nella parte dedicata a ruolo e compito del Presidente della Repubblica, secondo Costituzione e leggi vigenti (in quanto l’auspicata riforma del CSM, non confinata al sistema elettorale è restata sinora lettera morta), traspare un messaggio-rimbrotto e/o un messaggio-lezione, in relazione all’organo di rilievo costituzionale di autogoverno della magistratura ordinaria , con precipuo riferimento all’ipotesi di scioglimento anticipato del CSM – rispetto a durata ordinaria quadriennale della componente elettiva, togata e laica. Per provare a sviluppare qualche considerazione critica, preme accennare brevemente allo stile dell’attuale XII° presidente della Repubblica, che già nel discorso d’insediamento del 31.01.2015 dopo aver prestato giuramento di fedeltà-osservanza alla Costituzione davanti al Parlamento in seduta comune ex art. 91 Cost, volle richiamare al rispetto rigoroso del ruolo assegnato al capo dello Stato nella forma di governo parlamentare, intendendo con ciò – pur conscio delle evoluzioni dei tempi – segnare una netta demarcazione, all’insegna della discontinuità, rispetto ad esperienze e prassi presidenziali più invasive, come per i predecessori Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano (presidente che nell’esercizio del potere cruciale di nomina del Premier aveva fatto ipotizzare la necessita di una doppia fiducia, delle camere e del colle, e indotto a parlare di Governo del presidente).

Pertanto la nota del Presidente Mattarella – il cui contenuto il Capo dello Stato ha di certo concordato con gli esperti giuridici del Quirinale, magistrati ordinari distaccati dal ruolo di appartenenza su richiesta e previa autorizzazione del CSM – si inspira a questa linea di tendenziale selfrestraint dei poteri presidenziali; linea di autolimitazione da non equivocare con remissività istituzionale o peggio abdicazione dagli stessi, bensì rigorosa delimitazione del campo d’intervento alla stregua di perimetrazione costituzionale, affinchè allorquando esercitati i poteri presidenziali, sfuggendo a possibile rilievo di esorbitanza o di non stretta inerenza (cd. enlargement), possano risultare maggiormente vigorosi ed efficaci, nella prospettiva di salvaguardia dell’autorevolezza di ogni intervento presidenziale. In questa prospettiva Mattarella è artefice di una interpretazione del suo ruolo, all’insegna del “Ritorno allo Statuto”, con ciò intendendosi l’attenzione a rinvigorire la fedeltà al dettato costituzionale repubblicano, ad autolimitarsi per essere maggiormente incisivo.

Il Presidente non si è mai sottratto, né ha mai solitamente tardato, dall’intervenire nei campi di sua competenza, ma il suo stile si vuole asciutto e coerente, senza slabbrature istituzionali; la pur sinottica nota in esame non può esser svilita ad incidentale occasionale di rimbrotto o mera ricapitolazione per relationem di concetti già espressi, ma deve riconoscersi la sottesa dignità di “lectio magistralis” sul proprio ruolo nei confronti del CSM, e precipuamente sui poteri presidenziali a disposizione per l’indirizzo dell’operato in tempo di crisi. Ove si rifletta che la nota, costituente in ordine cronologico il secondo intervento su medesimo tema, si è situata con un certo qual proverbiale distacco temporale (circa una settimana circa), rispetto ad accorati appelli e pressanti sollecitazioni, rivoltigli, non solo da primari esponenti politici dell’opposizione (ad es. la telefonata al Colle del Sen. M. Salvini, citato a giudizio per l’operato da ministro, all’udienza preliminare innanzi al GIP di Catania fissata il 4 luglio, dopo la concessa autorizzazione senatoriale, che gli ha espresso il timore che non gli fosse assicurato, dati i precedenti, un processo equo), bensì anche da un variegato settore di società civile, composto da testate giornalistiche (in primis “Libero” di Feltri; “La Verità” del direttore M.. Belpietro, il quale ha pubblicato integralmente i verbali di intercettazione), conduttori radiofonici, opinion maker, magistrati non tesserati o schierati, etc., la circostanza depone nel senso che il promemoria sia stata frutto di meditato opinamento, ausiliato dai noti esperti giuridici

L’ottimo Corsera riportandone il contenuto, precisa che il Presidente “dopo aver recuperato le dure parole già usate circa il mercato delle toghe…..grave sconcerto e riprovazione per la degenerazione del sistema correntizio nonché per l’inammissibile commistione tra politici e magistrati, costituente un costume inaccettabile capace di intaccare prestigio e credibilità dell’ordine giudiziario”, si è determinato alla diramazione per “rompere l’asfissiante assedio politico e mediatico” (art. a firma M. Breda, pag.10, 30.5.20); ed aggiunge che dal tenore seccato, traspare un vago sapore polemico, come se il Capo dello Stato rampognasse l’uditorio, per un peccato di distrazione: “ma come non ve lo avevo già detto l’anno scorso? Che c’è di nuovo da scoprire? Non era stato forse esauriente il chiarimento del mio pensiero l’anno scorso? Non fatevi condizionare da chi chiede lo scioglimento anticipato dal CSM o adozione misure sanzionatarie straordinarie, adeguate a grave situazioni, entrambi esulanti dalle mie competenze”.

Singolarmente, il cronista del Corsera dimentica che “assillante ed assordante”, non è stato tanto l’assedio politico-mediatico, ma il silenzio sul punto dei principali mezzi di informazione – l’autorevole testata cui collabora in primis e altra “stampa di regime” – e d’altronde, egli, convinto delle asserzioni del quirinale tanto che non avverte bisogno nemmeno di illustrarle, si presta nell’occasione a fare da “grillo parlante”, ventriloquo dell’interpretazione autentica rilasciata dal Quirinale.

Non si pone il problema centrale, qui affrontato seppur in via embrionale, se la nota, correttamente o meno, finisca direttamente col propugnare in relazione all’assoluta specificità dell’affaire Palamara & Co., una lettura irrituale di eccessivo selfrestraint dei poteri presidenziali.

Qualcuno dimentica o finge di dimenticare infatti, che dal maggio 2019, sono emerse significative rilevantissime novità nell’affaire Palamara, non solo e non tanto per qualità, quantità, pervasività dei comportamenti scorretti e disciplinarmente illeciti – riguardanti non questo o quel magistrato o corrente, ma pressochè la quasi totalità della magistratura aspirante ad incarichi direttivi, in specie presso le principali Procure, in un quadro desolante di traffico sistematico di influenze di vario genere, seppur forse non penalmente illecite, bensì soprattutto in relazione all’accadimento di inaudita gravità istituzionale, che ha visto coinvolto in prima persona, anzi in veste di promotore della disfunzione e torsione istituzionale al massimo livello dell’organo, lo stesso exVicepresidente CSM avv. Giovanni Legnini da Chieti.

Al riguardo giovi ricordare che persino la giunta esecutiva ANM, che un anno or sono aveva avallato la tesi delle poche mele marce, presenti in corrente Unicost, ha dovuto prender atto seppur tardivamente dello tsunami che ha investito tutta la magistratura associata MI, MD, Area inclusa (salvo neocomponente di “Autonomia e indipendenza”, facente capo al dr. P Davigo), ed ha rassegnato le dimissionaria, con Presidente Poniz confinatosi nel limbo per non aver assecondato la richiesta di elezioni di rinnovamento anticipate.

Lo scandalo emerso deve additarsi come affaire Palamara & Co. , in quanto voler addossare tutte le responsabilità all’unico protagonista principale, capro espiatorio da immolare per tutti, sarebbe riduttivo, fuorviante e pernicioso, avallando quella tentazione di ….autoriforma del CSM. E sì vero che Palamara, ex presidente ANM e leader indiscusso di UNICOST, ha avuto disvelato pienamente ora il suo ruolo di infaticabile tessitore ovvero di “grande burattinaio” all’interno CSM, ma voler silenziare il complessivo affaire col procedimento disciplinare sfociato nella sua sospensione da funzioni e stipendio (delibera del Plenum confermata di recente da SS.UU. Cassazione) non rende giustizia a nessuno, ed in primis ai tanti magistrati, non appartenenti a correnti e perlopiù dediti ad attività giurisdizionali in posti non direttivi, che sono rimasti sconcertati e attoniti dallo scenario emerso, non solo in relazione a nomine e avanzamenti di carriera; magistrati basiti al pari del comune cittadino ignaro utente del (dis)servizio giustizia, ed in genere di tutti gli operatori del mondo del diritto.

I fatti emergenti con inequivocabile nitore dalle intercettazioni perugine sono stranoti: la sera stessa del 24.8.19, in cui apprende dell’avvenuta iscrizione nel registro ndr del Ministro degli Interni Salvini per il caso della nave Diciotti, da parte del PM di Agrigento dr. Patronaggio, il Vicepresidente Legnini – la figura istituzionalmente chiamata a rappresentare, in quotidiano svolgimento funzioni, il Capo dello Stato al vertice del CSM, sorta di suo alter ego istituzionale– telefona di propria iniziativa al dr. Palamara, consigliere togato in carica, affinchè si attivi senza indugio, onde coordinare con altri membri del CSM – e il solerte Luca P. ne riuscirà a trovare seduta stante 4 firmatari – l’iniziativa di nota rivolta al medesimo Vicepresidente Legnini, affinchè la ponga immediatamente all’ordine del giorno del Plenum, onde pervenire all’apertura subitanea di pratica a tutela del dr. Patronaggio, fatto segno di attacchi “strumentali” per il suo doveroso esercizio della sua funzione investigativa. In pratica il Vicepresidente si è autoprocurato la sollecitazione, incitando il sempre fattivo Palamara ad interessarsene e a farne interessare senza indugio altri componenti togati; Il Vicepresidente avrà pensato di non poter disporre di altro migliore catalizzatore del dr. Palamara, al quale , riconosciuto dominus di nomine, assegnazioni incarichi direttivi, trasferimenti per incompatibilità ambientale, avanzamenti di carriere e financo azioni disciplinari, di certo non sarebbe sfuggita la ghiotta occasione di attivare la pratica a tutela, tantochè appena ricevutala, il Legnini ci tiene a far sapere pubblicamente, in sua veste istituzionale di garante superpartes, di condividerla in toto (cfr. M. Belpietro La Verità 28.5,20, pag. 5). Grottesco se non allucinante è l’ultimo passaggio in cui il promotore dr. Palamara, colloquiando col PM di Viterbo dr. P. Auriemma obiettante che Salvini “vedersi indagato per i migranti siamo indifendibili”, spudoratamente replica “hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo”!

Questi sono fatti sopravvenuti, quantomeno a livello di conoscenza da parte dell’opinione pubblica, rispetto al maggio 2029, fatti di inaudita gravità istituzionali, comprovanti non singole devianze ma disfunzionamenti endemici e sinanco condotte eversive, su cui il Quirinale ha il dovere di prender posizione e non può trincerarsi asserendo che siano tutti fatti noti, risalenti alla scorsa consiliatura, intendendo dire già superati, come una pratica burocratica da archiviare; D’altronde ove si volesse postulare la tempestiva conoscenza, ai tempi della commissione e non del loro disvelamento, delle condotte tenute dal Vicepresidente Legnini nell’agosto 2018, ancora più grave sarebbe l’ipotesi che qualcuno le abbia tacitamente avallate o non ritenute foriere di alcun tipo di responsabilità.

Infatti con algido nitore il Presidente Mattarella ha ricordato che “non può sciogliere il CSM in base a una propria valutazione discrezionale” , e che il CSM dura in carica quattro anni dall’elezione e “può essere sciolto in anticipo soltanto in presenza di una oggettiva impossibilità di funzionamento”.

Procedendo con ordine, la nota si esime dall’accennare, nemmeno con indiretto accenno, su operato del Vicepresidente Legnini (che al pari del suo successore avv. D. Ermini, soggetto dei dintorni del giglio magico, deve la designazione ad indicazione del PD renziano) – Suo vice ed alterego istituzionale! Sergio Mattarella da Uomo delle Istituzioni, non può aver dimenticato che il Presidente Francesco Cossiga, anche lui da giovane docente di diritto costituzionale, inviò delle camionette di carabinieri nelle adiacenze di palazzo dei marescialli, quando un recalcitrante G. Galloni Vicepresidente in carica nel 1985, non voleva attenersi alle sue indicazioni circa la fissazione dei punti da trattarsi con priorità all’odg. Gli allora membri del CSM, sponsorizzati da ala cattocomunista della sinistra democristiana, pretendevano di comandare come terza camera dello Stato, in spregio alla costituzione, e volevano colpire il Presidente del Consiglio del momento a loro inviso, in quanto polemico sulla gestione delle inchieste conseguenti all’assassinio del giornalista Walter Tobagi rivendicato dalle Brigate rosse, con ramificazioni nei salotti radical chic della sinistra milanese. Cossiga, che di certo nessuno poteva tacciare di essere filocraxiano ed anzi era in diatriba con gli interlocutori del leader socialista nel partito di sua appartenenza (Anfreotti e Forlani) non lo consenti, finendo per additare il CSM come potere insurrezionale “ultroneo” rispetto al riparto delle competenze previsto in costituzione, e quindi potenzialmente in grado di rappresentare un “nucleo eversivo” dell’assetto ordinamentale dei poteri dello stato.

Tale uso ultroneo del CSM secondo Cossiga era estremamente pericoloso, in quanto finiva per eludere e sovvertire la previsione della magistratura in ordine giudiziario e potere diffuso sancito dalla carta costituzionale non come privilegio degli operatori togati, ma a garanzia de; oggi al malgoverno delle funzioni proprie, il CSM ha dato in oiù occasioni prova lampante di aver tentato di esercitare condizionamenti di natura poltica sull’esecutivo e sul allora Ministro degli Interni.

Quel Matteo Salvini appartenente allo schieramento politico di centrodestram contrapposto ed alternativo al partito PD, dalle cui fila proveniva avv. Legnini e che ivi si accingeva prontamente a rientrare, nella circostanza più che con l’autorevolezza di uomo istituzionale, indossando la casacca di funzionario di partito, per di più strumentalizzando il suo ruolo per indurre i consiglieri a fare quanto da lui divisato. L’autonomia e indipendenza per la rettitudine della funzione sovrana esercitata “in nome del popolo italiano” nulla centra con questo maneggio di palazzo, e l’apertura di prativa a tutela è stata solo il pretesto dell’avvio di una scorretta campagna politico. L’organo non era più di autogoverno della magistratura, ma di tentato condizionamento dell’indirizzo politico in tema di migranti espresso dal governo legittimo del paese. Quindi la disamina preventiva e la delibazione dei punti all’odg del plenum del Consiglio rientrano nelle prerogative presidenziali, non come adempimento formale ma per rispetto della preminenza delle funzione presidenziale; di certo durante la precedente consiliatura 2014.2018 non si ha notizia che l’esercizio di tale potere abbia dato luogo a problemi di sorta, in quanto Mattarella non ha avuto modo di avanzare nessun rilievo all’operato del Vicepresidente dell’epoca. Ora occorre sapere se ciò non sia accaduto, pure quando il Vicepresidente Legnini nel frangente di fine agosto 2029, ha proceduto a fissar in odg dell’Adunanza plenaria convocata a tamburo battente la pratica a tutela del dr. Patronaggio per colpire politicamente il Ministro degli Interni, non già in base ad apprezzamenti discrezionali, ma per mero libero arbitrio, dopo che aveva provocato l’iniziativa di cui avrebbe dovuto esser solo il recettore, con manovra dichiaratamente manipolativa e preordinata alla sua “risalita” in campo politico.

Tanto ciò è vero ed assodato che uno dei consiglieri di UNICOST coinvolti nell’iniziativa chiede al leader Palamara, se questo, di Giò…, fosse il primo atto politico di candidatura alle regionali a carica di governatore in Abruzzo (evento poi verificatosi, con esito infruttuoso), perché in tal caso i consiglieri (giudici, non parlamentari) ne volevano esser informati ex ante, per darsi…una regolata. Prima di fare comunicati di guerra e dare inizio alle manovre sul campo, l’arte militare impone la predisposizione e la conta delle truppe, anche all’interno di organi come il CSM.

Il Legnini dal 18.2.20, dimessosi dal Consiglio Regionale dell’Abruzzo (dove però sembra, stando alla denuncia del capogruppo MRS, abbia traslato i cospicui fringe benefits di ex Vicepresidente CSM), ha assunto l’incarico di Commissario straordinario post.sisma nell’Italia centrale, ed ha risposto alle obiezioni sul suo pregresso inqualificabile operato, sia in punto di metodo, che le trascrizioni delle intercettazioni erano frammentarie e…decontestualizzate (sic!);che nel merito, per cui era perfettamente legittimo ed in linea con le finalità istituzionali il comportamento tenuto (sic sic!), mentre l’improvvida ed incauta telefonata anticipatoria si spiega con il periodo di chiusura feriale del Consiglio, per cui era costretto a reperire “ a casa” i membri togati (sic, sic.sic!).

Lasciando da parte ogni polemica, balza anche agli occhi del più disincantato osservatore, che ci sia materia di competenza del Capo dello Stato; inoltre nel comunicato, gli estensori incorrono in errore laddove presuppongono un fallace automatismo logico, ancorando il denegato potere di scioglimento, sia a carenza di apprezzamento discrezionale, che all’assenza di specifica disposizione normativa in Costituzione e nella legge istituiva CSM 24 marzo 1958 n. 95, in relazione a specifica ipotesi, diversa da quella tipizzata (mancanza numero minimo membri, ora ridotto a 24 dagli inziali 33, dalla legge n. 44 del 2003, di cui la componente elettiva per 2/3 togata)

Lapidariamente l’Inquilino del Quirinale circoscrive con la detta accentuata operazione di selfrestraint, l’ambito dei suoi poteri sul CSM, asserendo che l’oggettiva impossibilità di funzionamento dell’organo è unica condizione legittimante il suo scioglimento, e si realizza esclusivamente al venir meno del numero dei suoi componenti”.

L’assunto nei termini in cui è formulato non appare condivisibile, sotto plurimi convergenti profili, a prescindere dalla considerazione pur espressa da on. M. Vietti, expresidente CSM che la locuzione di impossibilità di funzionamento, non può limitarsi all’oggettività materiale (carenza membri), ma ben potrebbe ricomprendere l’ipotesi di una disfunzionalità reiterata e sistematica, tale da comprometter il compito che l’organo di autogoverno deve costituzionalmente ed istituzionalmente assolvere, a tutela primaria dei cittadini.

Chi ha dimestichezza con la composizione degli organi collegiali, è perfettamente a conoscenza che l’oggettiva impossibilità di funzionamento non è circoscrivibile alla mera carenza numerica dei componenti(ad es, il numero prescritto di giudici popolari in corte d’assise), bensì quando una parte rilevante di tali membri, vertano in situazioni personali che lascino significativamente presagire, in base ad obiettivi, precisi e concordanti indizi, di non poter svolgere serenamente la funzione (ad, es conflitto di interessi, incompatibilità, condizionabilità dal contesto relazioni, etc.).

Anche in questi casi è compromesso il funzionamento essenziale dell’organo collegiale, e se non è sufficiente la rinnovazione parziale (4 su 16 dei membri togati sostituiti; cambiato pure uno dei 3 membri di diritto), allora l’ipotesi dello scioglimento anticipato è tutt’altro che peregrina e sopra le righe.

Ciò vale per il CSM a fortiori, organo – secondo la dottrina prevalente – a rilevo costituzionale, mentre per taluni – se si eccettua la funzione disciplinare, che è rimasta una forma desueta di autodichia ovvero di giustizia domestica – sarebbe mero organo di Alta Amministrazione.

L’esame sistematico di funzioni e poteri del Capo dello Stato, ad onta del rilevo che mancherebbe la disposizione di diritto positivo, conforta il nostro assunto critico rispetto all’opzione della nota quirinalizia. Infatti secondo icastica definizione di uno fra i più autorevoli Padri Costituenti, a capo della sottocommissione dei 75, on. Meuccio Ruini il Capo dello Stato , rappresentante dell’unità nazionale è il “ Capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica”; per ciò gli è attribuita la funzione politica di reggitore dello Stato in periodo di crisi del sistema, potendo assumere direttamente le decisioni per la conservazione dell’unita nazionale e la credibilità delle istituzioni costituzionali, anche in temporanea sostituzione degli altri organi dello stato (teoria dei cd. poteri residui).

Se tale è lo scenario ordinamentale dal punto di vista sistemico, senza ricorrer a suggestioni o a forzature, i seguenti dati sono indubbi nell’organizzazione costituzionale:

  1. Il Capo dello Stato, al pari della Corte costituzionale, è organo di garanzia Costituzionale, a presidio del rispetto e dell’esatta osservanza dei valori e delle formule organizzatorie previsti nella Costituzione;
  2. Il Capo dello Stato è il Presidente del CSM, sul cui operato è abilitato a svolgere un’opera di controllo e supervisione diretta, senza filtri o altre autorità frapposte;
  3. Alla funzione del CSM, organo di autogoverno a presidio dell’autonomia ed indipendenza dei giudici, intesi in senso lato, corrisponde il dovere degli stessi di essere ed apparire imparziali, non solo quando esercitano funzioni giurisdizionali o inquirenti ma in ogni comportamento a rilevanza pubblica suscettibile di apprezzamento disciplinare.

In forza di siffatti indubitabili dati normativi, non può ragionevolmente confutarsi che il Capo dello Stato difetti del potere diretto o indiretto – pure tramite atti di moral suasion, volti ad additare al CSM l’impellente necessità di palingenesi – di scioglimento dell’organo, per assicurarne un rigenerante rinnovamento, non limitato a regole per il futuro, ma che investa l’attuale composizione dell’organo.

Se sono stati usati termini quale cloaca e verminaio, di fronte al “coacervo di manovre nascoste, di tentativi di discredito di altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare al CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello stato….si manifesta una totale contrapposizione con i doveri basilari dell’ordine giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla magistratura” (parole primo comunicato), non resta al Capo dello Stato che prenderne atto e agire di conseguenza quale presidente del CSM.

All’ implacabile veemenza verbale, infatti non è seguito alcun conato di riforma, per cui il Presidente della Repubblica deve prender atto che, persino in materia disciplinare, ad eccetto dell’unico caso istruito e deciso riguardante Palamara, questo CSM non ha dato seguito al pressante invito di rientrare nei ranghi istituzionali e “fare pulizia”.

Ora il caso Legnini si pone, simmetricamente, sullo stesso livello di gravità della stigmatizzata invasione di campo da parte dei parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri (entrambi del PD, lo stesso partito che ha partorito le nomine di Legnini prima e Ermini poi, in stretta linea di continuità egemonica sull’organo di autogoverno) nel campo del CSM; anzi con gravità maggiore in quanto il Vicepresidente strumentalizzava il suo ruolo istituzionale, nella piena consapevolezza di doversi presto cimentare di nuovo nell’agone politico!

Il Giudice, ogni giudice dal più remoto GdP del più piccolo paese al Presidente della Corte costituzionale, come ci ha insegnato dapprima la Corte Costituzionale (sent. n. 100/1981) e poi ci ha dovuto rammentare la CEDU nel 1994 in pieno periodo dei processi di Tangentopoli, non ha solo il dover ma anche l’obbligo di apparire del tutto imparziale ed indipendente da qualsiasi parte.

D’altronde è stato chiarito da decenni che “per quanto riguarda i magistrati, il fondamento del potere disciplinare non può ricercarsi, come per gli impiegati pubblici, nel rapporto di supremazia speciale della pubblica amministrazione verso i propri dipendenti, dovendo escludersi un rapporto del genere nei riguardi dei magistrati stessi, sottoposti soltanto alla legge ex art. 101 Cost., deve anche riconoscersi che il potere disciplinare nei loro confronti è volto a garantire – ed è rimedio insostituibile – il rispetto dell’esigenza di assicurare il regolare svolgimento della funzione giudiziaria, che è uno degli aspetti fondamentali della vita dello Stato di diritto. Onde ben può configurarsi, su tale base, indipendentemente dal detto rapporto di supremazia, un potere disciplinare fondato direttamente sulla legge e tendente alla tutela dei valori dell’ordinamento dello Stato eventualmente lesi dal comportamento del magistrato”. (sent. 7 maggio 1981 cit.)

Ora è lecito presumere che incauti esperti giuridici, dopo aver così strenuamente sostenuto che il Presidente della Repubblica non disponga di nessun poter di coazione giuridica per riportare il CSM nel suo alveo istituzionale – dal quale ha vistosamente debordato, con una sbandata che al pari della pandemia, costituisce un unicum nell’intera storia repubblicana, capace di far ancora espander la carica virale in modo da propagare l’infezione ad altre istituzioni già contaminate – si avventurino in singolare ragionamento da leguleio azzeccagarbugli, di manzoniana memoria, quando asseriscono che “ un eventuale scioglimento del CSM comporterebbe un rallentamento (sic!) dai tempi imprevedibili (sic!sic!), dei procedimenti disciplinari in corso nei confronti dei magistrati dai comportamenti resi noti, cosicché si metterebbe concretamente a rischio la conclusione nei termini di legge”. Le premesse sono errate in quanto non si può rallentare ciò che non è ancora iniziato presso la sezione disciplinare, perché i tempi di rinnovamento elettorale dell’intero CSM sono del tutto compatibili con la fisiologica durata della fase contenziosa di un procedimento disciplinare e, last but not least, specularmente a quanto accade in similari casi di eventi eccezionali, ben potrebbe contemplarsi la sospensione del decorso della prescrizione della potestà punitiva in concomitanza con lo scioglimento anticipato extraordinem dell’organo collegiale, così ovviando il paventato rischio. Il tutto non senza rimarcare che nel bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti, la vanificazione dell’azione disciplinare per non rispetto delle scansioni procedurali davvero appare come il profilo più recessivo. La credibilità del CSM in tutte le sue componenti, senza cui enfatica risulta la proposizione che l’organo di autogoverno funziona a tutela dell’indipendenza e dell’autonomia dell’attività magistratuale e dei soggetti che la esplicano concretamente secondo legge, costituisce il valore costituzionalmente preminente, nell’interesse non dei singoli giudici, ma dell’intera collettività dei cittadini; valore preminente che quale stella polare deve orientare la rotta dell’intervento del Presidente, nell’effettivo rispetto del suo ruolo e compiti, siccome desumibile dalla costituzione materiale della Repubblica.

Intendendo con tale locuzione (Costantino Mortati), non la sterile contrapposizione alla costituzione formale della lettera – additata quale “Costituzione di Carta” , in celeberrimo pamphlet 1977 di M. D’Antonio – ma la costituzione come viene interpretata dagli attori primari (tra cui M. S. Giannini annoverava, al rango di pieni pubblici poteri, i partiti politici e sindacati…. Ed oggi forse includerebbe le correnti CSM) ai fini della determinazione dell’indirizzo politico nazionale; nell’ambito di tale costituzione materiale, concretamente vivente, non può dubitarsi che il Presidente della Repubblica possa attingere a congrui poteri di indirizzo e di intervento, affinché il CSM non venga meno, come nell’ultimo lustro e non solo, alla sua funzione istituzionale, finendo con l’arrogarsi competenze che non gli spettano.

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Dopo il marasma affiorato, lo tsunami che ha travolto l’intera magistratura associata, la condotta se non eversiva certo da conflitto di attribuzioni del Vicepresidente Legnini (il predecessore del Presidente Mattarella opinatamente sollevò conflitto di attribuzioni con la Procura di Palermo, a proposito delle intercettazioni nel processo su cd. trattativa stato-mafia), la pretesa di selfrestraint delle sue attribuzioni in merito a controllo e scioglimento CSM appare incongrua e infingarda.

Ricapitolando le considerazioni critiche sul contenuto dell’ultima nota quirinalizia, circa il Presidente e i poteri sul CSM “disfunzionale”, quindi in stato non di ordinaria fisiologia, bensì di straordinaria patologia, possiamo evidenziare che:

  1. Le fonti del diritto costituzionale sono assai più articolate del mero testo scritto, in quanto composte da convenzioni, consuetudini, prassi e persino precedenti costituzionali (vedasi confronto Cossiga-Galloni del 1985);
  2. Il diritto costituzionale (Derecho politico, mi ricordava L. Elia rifacendosi a ragione della denominazione accademica della disciplina in spagna, all’esordio del mio cultorato universitario), è strumento giuridico raffinato e duttile, che deve far fronte anche a situazioni inedite (crisi endemica del CSM), non direttamente previste dalla lettera del testo scritto, sempre muovendosi nel rispetto del complessivo ordito ordinamentale e della legge costituzionale (se qualcuno nutrisse ancora perplessità a riguardo basta vedere l’indiscriminato uso dello strumento del D.P.C.M.);
  • Il Capo dello Stato è, positivamente e sistematicamente, Organo primario di garanzia e figura sovrana, posto al vertice dell’organizzazione costituzionale; organo tutore quindi anche dell’ordinato svolgimento dei rapporti tra organi costituzionali (governo e magistratura nel caso): pertanto, Egli deve esser in grado di intervenire prima e più in profondità, per decidere su situazioni eccezionali da superiorem non recognoscens (sovrano è solo chi decide sullo stato d’eccezione, per Carl Schmitt);
  1. Un efficace intervento sul CSM, dopo il disvelamento della “cloaca degli intrallazzi….e del verminano del mercimonio”, si atteggia non solo a costituzionalmente legittimo ma costituzionalmente doveroso, ad onta delle addotte insipide giustificazioni – presumo dei giuristi quirinalizi di estrazione magistratuale – di possibile ricaduta negativa sui procedimenti disciplinari in atto ( ma quali, se oltre a quello concluso di Palamara e….di Emiliano, su altra vicenda di incompatibilità dimenticata dalla stampa, seppur con sanzione passata in giudicato, non ce ne sono altri pendenti per le intercettazioni disposte dalla procura perugina, dopo oltre un anno dalla prima trasmissione riservata!)

Basti citare il celeberrimo discorso agli studenti di Piero Calamandrei, per rammentare che la costituzione è non costruzione statica, ma entità dinamica, che deve alimentarsi quotidianamente dell’impegno a realizzare lo “spirito della costituzione”, che di certo non può appiattirsi nel desolante disfunzionamento del CSM e nella perversione delle guarentigie costituzionalizzate della magistratura, in occasione di scambio favori, carrierismo sfrenato, straripamento dei propri compiti per condizionare illecitamente l’operato di altri organi costituzionali (vicenda Legnini-Salvini emblematica, ed ancor più grave se come richiesto dal Vicepresidente “contestualizzata”, come tappa curriculare)

In definitiva per assicurare il fine cui è precipuamente preordinato il CSM. – tutela ubiquitaria dell’autonomia e indipendenza della magistratura a presidio dell’imparzialità e credibilità dello svolgimento delle loro funzioni (inquirenti, giurisdizionali, amministrative e disciplinari) – il Presidente della Repubblica è dotato dei poteri necessari a salvaguardarne la fisionomia costituzionale, a prevenirne e impedirne le degenerazioni correntizie, e last but not least a vigilare affinchè il suo operato non debordi in straripamento di potere, ledendo la sfera di competenza spettante agli altri organi dello stato.

Qui, non vengono in ballo questioni di “lana caprina” o come l’autorevole direttore ha scritto oggi , oggetto da “seminari di studi giuridici”, qui è in ballo la tenuta dell’ordito fondamentale dei rapporti tra organi costituzionali, per cui non si profila una questione di competenza, ma di Supercompetenza presidenziale.

Anche i rapporti del CSM con il governo e singoli ministri devono essere improntati ai principi dell’autonomia e dell’indipendenza non limitati ai profili collegati all’organizzazione e al buon funzionamento dei servizi relativi alla giustizia assegnati alla responsabilità del Guardasigilli (ex art. 97 e 110 cost.).

In particolare se il CSM è legittimato a esprimere pareri sui disegni di legge governativi interessanti l’ordinamento giudiziario e più in generale l’organizzazione dell’amministrazione delle giustizia, egli non può minimamente interferire in altri ambiti (politica di regolazione dei fenomeni migratori) con le opzioni eminentemente politiche. Pure i rapporti con il Parlamento seguono detta impronta contrassegnata dai principi dell’autonomia e dell’indipendenza, tanto che l’unica forma di interlocuzione è rappresentata dall’invio, tramite il ministro, della Relazione annuale sullo stato della giustizia al fine di segnalare i problemi e avanzare delle proposte.

Ci auguriamo che il Presidente Mattarella non resti disincantato spettatore o peggio annoiato telespettatore della “soap opera” del CSM, giacchè altrimenti Lui che ha opinatamente tanto a cuore la reputazione internazionale del Paese, specie in ambito Unione Europea e Consiglio d’Europa ( ove opera la Corte di Strasburgo dei Diritti dell’Uomo), non potrà stupirsi quando nell’aula parlamentare, sotto la presidenza di D. Sassoli, un giovane deputato sovranista francese, eletto con la delegazione FN di Marine Le Pen, richiami l’attenzione di tanti distratti colleghi latini, alla crisi endemica e strutturale della giustizia, che con particolare virulenza sembra allignare non solo le democrazie “new entry” di Polonia ed Ungheria, bensì stati di più consolidata tradizione giuridica, come la V Repubblica francese o la III(?, forse anno zero) Repubblica Italiana, dagli esecutivi con indefiniti cangianti colore dell’arcobaleno.

IL CSM VA PRIMA SCIOLTO E POI RIFORMATO, ALTRIMENTI SI REITERA IL CUL DE SAC TRA RECENTE RIFORMA COSTITUZIONALE ANCORA DA SOTTOPORRE A REFERENDUM APPROVATIVO EX ART. 138 COST, ED IMPOSSIBILITA PROLUNGATA E PROCURATA DI SCIOGLIMENTO CAMERE, TRA PATTO TRASVERSALE DELLA CADREGA (M5S, IV, FI, ETC.) E DEBUTTO DEL SEMESTRE BIANCO.

Roma, 2 giugno 2020 –Festa della Repubblica

A proposito della “colpa grave” nella responsabilità amministrativa (Una lettera ai Colleghi del Presidente Longavita)

Care Colleghe e cari Colleghi,

Il tema della colpa grave e della limitazione della responsabilità erariale risarcitoria al dolo, che ritorna a cadenze ritmate sempre più frequenti ed ossessive anche in concomitanza della festa della Repubblica, esprime una conoscenza parziale e sicuramente non adeguata della cointestazione delle funzioni contenziose (giurisdizione) e non (controllo) della Corte dei conti nelle materie della contabilità pubblica, nella visione costituzionale del loro esercizio integrato.

Non è più possibile (e credo che tutti noi ne siamo ormai pienamente consapevoli) pensare alla giurisdizione erariale risarcitoria senza il controllo e viceversa, nella sostanziale funzionalizzazione delle relative attività alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, quale principale misura della Repubblica per assicurare i “diritti inviolabili” dei cittadini e, dunque, “il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica economica e sociale del Paese”.

Cosi intimamente connesse, per il tramite della Procura contabile, controllo e giurisdizione disancorano la responsabilità erariale risarcitoria dai ristretti limiti e dagli angusti spazi culturali nei quali è stata storicamente collocata, come risposta (re-spondēre) alla perdita del danaro o di altro bene della P.A., modellata sullo schema generale della responsabilità civile.

Ogni danno erariale determina un vulnus al Bilancio, ed è perciò un danno da ripianare secondo le regole proprie della contabilità pubblica, ispirate alla “clausola generale” dell’equilibrio (ex art. 81, 97 e 119 Cost.), che permea di sé tutto il sistema, senza irragionevoli deroghe, stante la stretta correlazione dell’equilibrio stesso ai “diritti fondamentali” dei cittadini.

Nessuno ha mai dubitato, sul piano della tecnica della normazione, che ogni “illecito” vada sanzionato secondo canoni di proporzionalità e quindi di intrinseca razionalità, che tengano conto, quanto all’elemento soggettivo, anche del valore assiologico-costituzionale del “bene giuridico” da salvaguardare.

In questo senso, nessuno ha mai discusso dell’evidente razionalità di escludere ogni responsabilità per la sottrazione colposa di un bene, così come nessuno ha mai discusso dell’altrettanto palese razionalità di punire l’omicidio anche solo colposo, stante il diverso valore che rivestono le “cose” e la “vita” delle persone.

Se, dunque, il valore del bene incide sullo statuto della responsabilità, anche sotto il profilo psicologico-normativo del suo elemento soggettivo, allora non si comprende perché mai l’amministratore o il pubblico funzionario che sperpera le pubbliche risorse, debba rispondere dei danni al Bilancio soltanto per dolo, trascurando ogni altra sua condotta, pure gravemente colposa, scriteriata, tenuta in spregio ad ogni benché minima regola di prudenza e correttezza, ivi comprendendo la “paura della firma”.

Il divario che provoca la responsabilità erariale limitata al dolo tra le regole dell’equilibrio di Bilancio e la salvaguardia dei “diritti fondamentali, mina alle basi l’effettività della tutela di tali diritti, affidata alla Magistratura contabile nel suo complesso (ex artt. 24 e 113 Cost.), ed è intrinsecamente irrazionale, perché scuote dalle fondamenta  l’impegno dei “cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche” ad agire per la “ricostruzione” dell’Italia  post coronavirus con “disciplina ed onore”, al quale anche l’Europa guarda con estremo interesse.

D’altro canto, come pure ci ha recentemente ricordato il collega Palazzo: “Può ritenersi ormai acquisito il principio dell’ordinamento, desumibile anche dalla collocazione dell’art. 3 del d.l. 543/96, conv. con mod. in l. 639/96, secondo cui l’imputazione della responsabilità [amministrativa] ha come limite minimo quella della colpa grave (prevista, in via generale, insieme all’imputazione per dolo) […]”

Non è conforme ai principi dell’ordinamento, quale configurato nell’attuale sistema normativo, attenuare ulteriormente, in via generale, i casi di responsabilità per colpa grave […]”  (cfr. Corte Cost., sent. n. 340 del 2001).

Un caro saluto a tutti.

Fulvo Maria Longavita

 

Alessandro Cagnoli, “Un affare di famiglia”

copdel Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Alessandro Cagnoli, avvocato romano, con il volume Un affare di famiglia realizza il passaggio (non sappiamo se soltanto temporaneo), oggi tutt’altro che inconsueto, dai codici al variegato mondo del romanzo.

Conobbi Cagnoli quando, in anni ormai lontani, io giovane assistente ordinario alla cattedra di diritto amministrativo della Facoltà di Economia (all’epoca, Economia e Commercio), fui officiato, dall’indimenticabile Prof. Raffaele Resta, di fare gli “onori di casa” al nuovo arrivato, assistente volontario (così erano un tempo qualificati i preziosi collaboratori non di ruolo delle cattedre universitarie).